1) STATI UNITI. Il presidente Trump cerca la rielezione. L’economia USA per il momento va bene e Trump, pur essendo una figura politica estremamente divisiva, ha uno zoccolo duro di elettori che potrebbe fare la differenza negli stati-chiave che decideranno le prossime elezioni. Al momento, tra i possibili sfidanti democratici è l’ex vicepresidente Joe Biden che sembra avere la maggiori chance di batterlo. Biden è attualmente in testa nei sondaggi sulle primarie del Partito Democratico, davanti a Bernie Sanders ed Elizabeth Warren, esponenti dell’ala sinistra del partito, mentre invece restano indietro l’outsider Pete Buttigieg e il miliardario Michael Bloomberg. Interessanti saranno anche i risultati delle elezioni parlamentari, che determineranno se i Democratici manterranno la loro maggioranza al Congresso e se potranno ottenere quella al Senato.
2) TAIWAN. Il presidente Tsai Ing-wen cercherà la rielezione a gennaio, affrontando Han Kuo-yu del Kuomintang (KMT, conservatori), sindaco della seconda città più grande dell’isola, Kaohsiung. Tsai ha affrontato la Cina in modo aggressivo , mentre il Kuomintang ha tradizionalmente favorito legami più stretti con la superpotenza asiatica, sebbene per entrambi l’indipendenza di Taiwan non sia negoziabile. Ma Tsai – una stretta alleata degli Stati Uniti nel controllare l’ascesa della Cina – dovrebbe vincere con un margine più ristretto rispetto alla sua vittoria a valanga del 2016. Il suo partito, il Partito Popolare Democratico (DPP, liberali) ha perso le principali elezioni municipali nel 2018 e sembra vulnerabile alle elezioni parlamentari che accompagneranno il voto presidenziale. Le recenti proteste ad Hong Kong hanno tuttavia contribuito a far risalire nettamente Tsai nei sondaggi di opinione.
3) IRAN. L’economia del paese – colpita dalle sanzioni statunitensi – e il futuro dell’accordo nucleare con Occidente, Russia e Cina saranno temi chiave quando gli iraniani voteranno alle elezioni parlamentari di febbraio. L’uccisione del generale Soleimani, la figura più popolare del paese, da parte degli USA, renderà queste elezioni ancora più imprevedibili. Il presidente relativamente moderato del paese, Hassan Rouhani, ha perso il capitale politico con la sua gestione delle recenti proteste sui rialzi dei prezzi del carburante. Con la credibilità dello stato iraniano in ribasso, si prevede una bassa affluenza alle urne. Ciò potrebbe aiutare i conservatori della linea dura perché hanno una base elettorale molto più organizzata rispetto a quella dei moderati, che può essere facilmente mobilitata.
4) BOLIVIA. Il paese è in subbuglio dopo che l’ ex presidente Evo Morales è fuggito dalla Bolivia dopo le proteste di massa seguite all’elezione presidenziale dello scorso ottobre che l’Organizzazione degli Stati Americani ha dichiarato manipolata. Le nuove elezioni fissate per il 3 maggio, segneranno un bivio per il paese e saranno l’evento politico più importante in Bolivia da quando Morales è salito al potere nel 2006. Sotto Morales, al quale è stato impedito di ricandidarsi, la Bolivia era stata ferocemente critica nei confronti della politica degli Stati Uniti in sudamerica. Se arrivasse al potere un governo di destra, cambierebbe la collocazione politica internazionale del paese. I candidati alla presidenza dovrebbero essere Andronico Rodriguez, leader dell’ala giovanile del MAS (sinistra populista) e alleato di Morales, l’ex presidente centrista Carlos Mesa, il pastore evangelico Chi Hyun Chung (destra cristiana conservatrice) e il leader delle proteste anti-Morales, Luis Fernando Camacho (centrodestra).
5) ISRAELE. Il paese terrà la sua terza elezione in meno di un anno dopo che il Partito Likud (conservatori) del Primo Ministro Benjamin Netanyahu e l’alleanza centrista “Biancoceleste” di opposizione non sono riusciti a formare una coalizione di governo. Nessuno dei due schieramenti infatti era riuscito a raccogliere una maggioranza autonoma, e questa sara probabilmente la situazione anche dopo le prossime elezioni. I sondaggi mostrano che la maggioranza degli israeliani dà la colpa dello stallo politico a Netanyahu, che tra l’altro è imputato in alcuni casi di corruzione. Ma Netanyahu ha dalla sua parte una solida alleanza con i partiti di destra e quelli religiosi, che fino ad oggi ha impedito la creazione di maggioranze alternative.
6) ETIOPIA. La coalizione EPRDF (sinistra ex-marxista) al governo dell’Etiopia da 28 anni, formata da quattro partiti etnici si è rotta lo scorso novembre. Tre di loro hanno formato il Partito della Prosperità in appoggio al Primo Ministro Abiy Ahmed, ma il quarto partito, il Fronte di liberazione popolare del Tigray, che aveva dominato l’EPRDF prima di Abiy, ha rifiutato di aderire ed è passato all’opposizione assieme ad alcuni ex alleati del primo ministro. Buona parte dei partiti di opposizione si sono uniti nella coalizione “Cittadini Etiopici per la Giustizia sociale (liberalconservatori). Ciò significa che il risultato delle elezioni parlamentari dell’Etiopia è incerto per la prima volta dalla fine del regime comunista del DERG nel 1991. Nel 2019 l’accordo di pace di Abiy con l’Eritrea gli è valso il premio Nobel per la pace, ma le elezioni saranno combattute su questioni relative allo stato dell’economia.
7) TANZANIA. Il presidente John Magufuli cercherà la rielezione affermando di aver sconfiitto la corruzione e di aver sottomesso le società minerarie straniere, alle quali ha chiesto di rinegoziare i contratti per il rinnovo delle concessioni minerarie. Ma Magufuli ha accentuato drasticamente il carattere autoritario del regime, riducendo in maniera significativa le libertà civili e politiche nel paese. vietando i raduni politici e facendo approvare leggi illiberali usate per mettere a tacere i giornalisti di opposizione. A meno che qualcosa non cambi le elezioni in Tanzania non saranno né libere né eque”. Non è chiaro quanto sia realmente popolare Magufuli, perché i partiti di opposizione hanno boicottato le recenti elezioni locali dopo che alla maggior parte dei loro candidati è stato impedito di contestare. Dopo la timida democratizzazione iniziata negli anni ’90 la Tanzania rischia di tornare ad essere di fatto un regime a partito unico.
8) POLONIA. Le elezioni presidenziali del paese nel 2020 saranno un importante test per il partito di governo “Diritto e Giustizia” (PiS, nazionalconservatori) al potere dal 2015 che è stato riconfermato nelle elezione lo scorso ottobre ma ha perso la maggioranza al Senato. L’uomo forte del paese, Jarosław Kaczyński, che ha in mano il governo, il parlamento e la presidenza della Repubblica sta portando avanti il suo progetto di rendere la Polonia un paese “illiberale” sull’esempio dell’Ungheria di Viktor Orban. Se il PiS perdesse la presidenza della repubblica questo sarebbe un notevole ostacolo per Kaczyński, dal momento che il presidente è in grado di porre il veto alla leggi proposte dal parlamento. Tuttavia al momento secondo i sondaggi il presidente attuale Andrzej Duda del PiS, dovrebbe vincere al ballottaggio contro il candidato dell’opposizione. In tal caso il PiS continuerebbe con la sua agenda conservatrice e polarizzante.
9) GHANA. In uno dei paesi piu’ democratici dell’Africa, il presidente uscente Nana Akufo-Addo del Nuovo Partito Patriottico (liberalconservatori) affronterà per la terza volta consecutiva l’ex presidente John Mahama del Congresso Nazionale Democratico (socialdemocratici). I due si erano già sfidati nel 2012, quando vinse Mahama, e nel 2016, quando vinse Akufo-Addo. Il Ghana è considerato un bastione di stabilità democratica in Africa, dato che ha avuto elezioni democratiche e pacifici trasferimenti di poteri tra partiti di maggioranza e opposizione trasferimenti pacifici di potere fin dal 1992, quando l’allora dittatore “progressista” Jerry Rawlings decise di consentire libere elezioni. Tuttavia la democrazia ghanese rimane fragile e suscettibile alla violenza politica. Lo stato dell’economia svolgerà un ruolo critico nel determinare il destino di Akufo-Addo. Il Ghana è tra le economie in più rapida crescita nel mondo, ma l’opposizione di centrosinistra afferma che la i dividendi della crescita economica non sono arrivati alla maggior parte della popolazione
10) ITALIA. Il risultato delle elezioni regionali sarà un test fondamentale per sulla tenuta del governo di centrosinistra guidato da Giuseppe Conte. Se infatti il PD perdesse il controllo di Emilia-Romagna o Toscana, le sue due roccaforti storiche, sarebbe molto alto il rischio di una crisi di governo e di elezioni anticipate, che, secondo i sondaggi attuali, vedrebbero la vittoria della coalizione di destra guidata dalla Lega di Matteo Salvini. Anche in caso di un buon risultato del PD il governo nazionale potrebbe essere a rischio, dato che un pessimo risultato per il suo principale alleato di governo, il Movimento 5 Stelle, darebbe un forte impulso alla disgregazione di questo partito, con possibili nuove scissioni e cambio di leadership.
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