In Danimarca sono quattro le case sondaggistiche che hanno effettuato sondaggi per queste elezioni: Voxmeter, Verian, Epinion and Megafon.
Secondo gli ultimi sondaggi ci sarebbe un netto calo dei partiti di governo a vantaggio delle formazioni di destra e sinistra. In netto calo sarebbero infatti i socialdemocratici della Prima Ministra Matte Frederiksen che perderebbero oltre 6 punti percentuali rispetto al 27,5% delle scorse elezioni. Una buona parte dei loro elettori andrebbero a favore degli ecologisti del Partito Popolare Socialista dato intorno al 13% delle intezioni di voti, in netto aumento quindi rispetto all’8,3% ottenuto nel 2022, il quale potrebbe diventare il secondo partito del paese. In calo sarebbero anche i liberalconservatori di Venstre, che perderebbero tra i 3 e i 4 punti rispetto al 13,3% di 4 anni fa. Anche la terza formazione di governo, i “Moderati”, sarebbe in sensibile calo, scendendo dal 9.3 del 2022 a valori compresi tra il 6% e il 7% dei voti. Complessivamente i tre partiti di governo crollerebbero dal 50,1% di quattro anni fa a meno del 38%. Ad avvantaggiarsi del calo dei partiti di centrodestra sarebbe in primo luogo la destra populista del Partito Popolare Danese, che guadagnerebbe oltre 5 punti rispetto al 2,6% delle scorse elezioni. Anche la destra liberale dell’Alleanza Liberale farebbe un significativo passo avanti, attentandosi al 10% dei consensi con un aumento di oltre 2 punti percentuali. Per quanto riguarda gli altri partiti della destra, i “Democratici Danesi” sarebbero in calo di oltre un punto rispetto al precedente 8,1%, il Partito Conservatore invece salirebbe di uno o due punti percentuali rispetto al precedente 5,5% e l’estrema destra del Partito dei Cittadini, alla sua prima prova elettorale, otterrebbe tra il 2% e il 3% dei voti. A sinistra infine l’estrema sinistra della “Lista Rosso-Verde” salirebbe di uno o due punti percentuali rispetto al precedente 5,1%, i liberali progressisti di Radikale Venstre anch’essi in rialzo, starebbero tra il 5% e ail 6% dei consensi rispetto al 3,8% di 4 anni fa mentre gli ecologisti di Alternativa sarebbero in calo di quasi un punto rispetto al precedente 3,3%.
Complessivamente i partiti di centrosinistra (A+F+Å+B+Ø) avrebbero circa il 49% dei consensi, in aumento di quasi un punto rispetto al 2022, mentre i partiti di centrodestra (V+Æ+O+I+H+C) starebbero oltre il 44% dei voti, in sensibile rialzo quindi rispetto al precedente 41,2%, guadagnando voti soprattutto a scapito dei “Moderati” di centro.
Oltre ai 175 seggi “nazionali” ci sono i 4 assegnati alla Groenlandia e alle Isole Faroe, Nel primo caso i due seggi dovrebbero andare uno ai “Democratici” mentre l’altro non si sa se vada agli indipendenti di centrodestra di Naleraq, ai socialdemocratici di Siumut o alla sinistra indipendentista. Nel caso delle Isole Faroe invece verrebbero divisi come nelle precedenti elezioni tra i socialdemocratici e il Partito dell’Unione di centrodestra.
E’ molto probabile che nessuna coalizione posso quindi raggiungere la maggioranza assoluta di 90 seggi necessaria per governare il paese. L’ago della bilancia tornerebbe ad essere il partito dei “Moderati” dell’ex primo ministro Rasmussen che pur in notevole calo, resterebbe determinante sia in caso della riedizione di un governo “centrista” allargato che in caso di una maggioranza di centrodestra.. Rasmussen ha guidato in passato un governo di minoranza di centrodestra, appoggiato esternamente dalla destra xenofoba del Partito Popolare Danese, ma da quando è a capo dei “Moderati” è sempre stato contrario ad un accordo con i partiti di estrema destra ed estrema sinistra. D’altro canto anche se il centrosinistra riuscisse complessivamente ad ottenere la maggioranza assoluta in parlamento per uno o due seggi, Mette Frederiksen ha fatto chiaramente capire di non essere interessata a governare con una eventuale risicata maggioranza di sinistra, ma di voler espandere la coalizione di governo con “Moderati” e “Venstre” anche ai Conservatori o all’Alleanza Liberale. Questi ultimi due partiti si sono detti contrari ad ogni accordo con i socialdemocratici, e il leader di Venstre, Troels Lund Poulsen si è detto pronto a guidare un governo del “blocco blu” ma difficilmente riuscirebbe a mettere in piedi un governo di 7 partiti che vada dal “moderati” centristi all’estrema destra xenobofa che si regga su una maggioranza di un paio di seggi.
In caso di vittoria del “blocco rosso”, Frederiksen potrebbe comunque provare a formare un governo di minoranza assieme a Moderati e ai liberali progressisi di Radikale Venstre con l’appoggio esterno e/o l’astensione di altri partiti di sinistra. Questa ipotesi tuttavia dovrebbe fare i conti con quello che potrebbe essere un ottimo risultato degli ecologisti del Partito Popolare Socialista. Se, come dicono i sondaggi, arrivassero in seconda posizione, richiederebbero di far parte integrante del governo. Una maggioranza di centrosinistra potrebbe cercare di ottenere la fiducia con programmi che mantengano il welfare state e politiche sociali, con un’attenzione alla stabilità interna. In politica estera tale governo probabilmente manterrebbe un forte impegno nei confronti della Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord e dell’Unione Europea, continuando a bilanciare impegni di difesa con cooperazione europea. La gestione delle relazioni con gli Stati Uniti – in particolare sul tema sensibile della sovranità su Groenlandia – potrebbe rimanere centrale, con l’obiettivo di preservare l’alleanza atlantica senza cedere su questioni di sovranità nazionale.
Un altro possibile esito è un governo di centro‑destra, guidato da Venstre, che contenga i Conservatori, i Moderaterne, l’Alleanza Liberale ed eventualmente appoggiati esternamente da forze nazionaliste come il Dansk Folkeparti o i Danmarksdemokraterne. In questo caso, l’agenda potrebbe spingere verso politiche più restrittive sull’immigrazione e un ruolo ancora più deciso in termini di difesa nazionale. Sul fronte internazionale, una coalizione di centro‑destra potrebbe rafforzare la cooperazione militare con gli Stati Uniti e la NATO, ma anche puntare su una linea più assertiva rispetto alla gestione dell’Artico e delle relazioni con Pechino e Mosca, riflettendo le crescenti tensioni geopolitiche globali.
Infine, coalizioni ibride – simili a quella attuale tra socialdemocratici e partiti di centro‑destra – restano possibili, soprattutto se nessun blocco raggiunge una chiara maggioranza, cosa abbastanza probabile secondo gli ultimi sondaggi. In questo caso, la politica estera potrebbe essere caratterizzata da continuità nell’impegno europeo e atlantico, con un mix di politiche di sicurezza condivise e un approccio cooperativo nel contesto internazionale, cercando di bilanciare l’alleanza con gli Stati Uniti con la difesa degli interessi sovrani danesi e nordici.
Le prossime elezioni in Danimarca determineranno quindi non solo l’orientamento interno del governo e la composizione del welfare e delle politiche economiche, ma avranno anche un impatto significativo sulla politica estera, influenzando la posizione del paese nella NATO, nei rapporti con l’Unione Europea e nella gestione strategica dell’Artico. Il nuovo governo dovrà anche gestire la possibile crisi energetica ed economica legata ai conflitti in Iran e in Ucraina, la gestione dell’immigrazione e le politiche ambientali necessarie per affrontare i cambiamenti climatici.
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