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Giugno 6, 2026

IL GIRAMONDO – Elezioni parlamentari in Armenia. Tra Russia e Occidente: l’Armenia sceglie il suo destino

Flag of Armenia

Domenica 7 giugno gli elettori armeni sono chiamati alle urne per il rinnovo dei 105 membri dell’Assemblea Nazionale, il parlamento monocamerale del paese.  Queste elezioni appresentano uno snodo cruciale non solo per il futuro del Paese, ma per gli equilibri geopolitici dell’intera regione del Caucaso meridionale. Circa due milioni e mezzo di cittadini sono chiamati alle urne per una consultazione dall’esito non scontato. Dal 2015 l’Armenia è una Repubblica Parlamentare,  il che mette al centro la composizione del Parlamento per la formazione del governo. Le elezioni si svolgeranno con un sistema proporzionale che, se da un lato garantisce una certa pluralità, dall’altro rischia di frammentare il potere in un momento di estrema fragilità nazionale

Il personaggio politico attorno al quale ruota tutto il voto è senza dubbio Nikol Pashinyan, primo ministro uscente in corsa per un terzo mandato. Giornalista e attivista di lungo corso, Pashinyan è diventato il simbolo della cosiddetta “Rivoluzione di Velluto” del 2018, la rivolta democratica che spodestò un logoro apparato oligarchico. Il suo partito, il “Contratto Civile”, si presenta come il garante della pace, della riforma democratica e del percorso verso l’Occidente. Al contempo, l’esecutivo ha investito in progetti sociali onerosi, quali l’aumento delle pensioni e l’assistenza sanitaria gratuita.

Le principali forze politiche di opposizione sono accomunate da un’aperta vicinanza alla Russia e dalla critica al governo per l’arrendevolezza nei negoziati con Azerbaijan e Turchia, ma divise da rivalità interne. Pashinyan stesso le ha definite “un partito della guerra a tre teste”. Tra i principali contendenti figura Samvel Karapetyan, magnate del settore energetico e figura di rilievo nel mondo degli affari, legato all’oligarchia russo e il suo movimento “Armenia Forte”, legato alla potente chiesa apostolica armena, che si presenta per la prima volta alle elezioni. Poi c’è la coalizione “Alleanza Armenia”,  legata agli ambienti della vecchia nomenclatura politica, in particolare all’ex presidente Robert Kocharyan, centrata intorno alla sinistra nazionalista della Federazione Rivoluzionaria Armena, e infine “Armenia Prospera”) formazione liberalconservatrice legata ad alcuni oligarchi del settore finanziario.

Il tema che ha dominato la campagna è quello dell’accordo di pace con l’Azerbaijan dopo la tragedia del Nagorno-Karabakh. Nella campagna elettorale del partito di Pashinyan è stata centrale la pace con l’Azerbaijan dopo la guerra nel Nagorno-Karabakh e la fine della repubblica di Artsakh, oggi di fatto incorporata da Baku e che ha portato alla migrazione forzata dei circa 100mila abitanti armeni della regione. Lo scorso agosto il primo ministro ha stretto alla Casa Bianca un accordo iniziale per porre fine alle ostilità,  accordo che divide profondamente l’opinione pubblica. Per molti armeni accettare la perdita del Karabakh equivale a una resa storica imperdonabile. Per Pashinyan, invece, è l’unico modo per aprire un futuro di pace e prosperità.

Il voto armeno acquista una portata che va ben oltre i confini nazionali. A inizio maggio Erevan ha ospitato l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea (CPE) e il summit UE-Armenia, eventi che hanno riunito 48 paesi e numerosi capi di governo, tra cui Giorgia Meloni, Emmanuel Macron e Volodymyr Zelensky. Per Pashinyan, in corsa per un terzo mandato, ciò ha rappresentato un importante successo d’immagine alla vigilia della campagna elettorale. A questo si aggiunge un appoggio per nulla scontato, quello di  Donald Trump verso il primo ministro uscente, che ha definito “un amico e un grande leader”, che condivide la sua visione di “pace e prosperità”, annunciando anche che presto USA e Armenia daranno il via ai lavori per la cosiddetta “Trump Route for International Peace and Prosperity”, un’opera che, secondo Trump, trasformerebbe il Caucaso meridionale consentendo alle aziende energetiche americane di estendere il proprio accesso dall’Asia centrale agli Stati Uniti. Sul fronte opposto, la Russia ha intensificato i suoi sforzi per plasmare l’ambiente politico e informativo dell’Armenia, impiegando metodi di influenza tipici della sua dottrina di interferenza nelle ex repubbliche sovietiche.

In sostanza, il voto di domenica rappresenta molto più di una normale consultazione politica: è uno scontro tra due visioni del futuro. Da un lato, un’Armenia che si avvicina all’Unione Europea, ratifica accordi di pace con i vicini e cerca di attirare investimenti occidentali. Dall’altro, una parte del Paese che non ha dimenticato il Karabakh, diffida della NATO e dell’UE, e considera Mosca, nonostante negli ultimi anni abbia lasciato l’Armenia da sola a fronteggiare la minaccia dell’Azerbaijan, l’unico baluardo della sopravvivenza nazionale. Domenica andrà alle urne un popolo che ha subito un genocidio, che ha perso la sua terra storica del Karabakh, che si trova senza alleati affidabili dopo l’abbandono russo, ma che deve ancora scegliere se guardare a Occidente o tornare, volente o nolente, nell’orbita di Mosca

 

 

 

IL SISTEMA POLITICO-ELETTORALE

Coat of arms of Armenia

L’Armenia è una repubblica democratica rappresentativa parlamentare, basata su di un sistema multipartitico. Il potere esecutivo è esercitato dal Primo Ministro e dal Consiglio dei Ministri. Il potere legislativo è esercitato dall’Assemblea Nazionale (Azfayin Zhoghov).

Il Presidente della Repubblica è eletto dal parlamento ogni 7 anni ed ha poteri simili a quelli del Presidente Italiano. Fino alle riforma costituzionale del 2015 l’Armenia era una repubblica semi-presidenziale con il presidente eletto con voto popolare.

I membri dell’Assemblea Nazionale sono eletti con sistema proporzionale, con una soglia di sbarramento del 5% per i singoli partiti e del 7% per le alleanze elettorali. Il numero minimo di membri dell’Assemblea Nazionale è 101, tuttavia almeno tre forze politiche devono essere rappresentate in parlamento, quindi nel caso che solo due liste superino la soglia di sbarramento, entra in parlamento anche il terzo partito o alleanza che ha ottenuto i migliori risultati. In tal caso viene aumentato il numero di seggi in maniera proporzionale.

La scheda elettorale è divisa in due parti, una con le liste bloccata dei partiti a livello nazionale e una con i candidati per i collegi uninominali. Quattro seggi sono riservati alle minoranze nazionali (assiri, curdi, russi e yazidi), i candidati delle quali devono essere presenti all’interno delle liste dei vari partiti.

Se un partito ottiene la maggioranza dei voti ma conquista meno del 54% dei seggi, gli verranno assegnati seggi aggiuntivi fino a raggiungere il 54% del totale. Se un partito conquista più di due terzi dei seggi, ai partiti perdenti che hanno superato la soglia verranno assegnati seggi aggiuntivi, riducendo la quota di seggi del partito vincitore a due terzi. Se non si forma un governo entro sei giorni dalla pubblicazione dei risultati preliminari, si terrà un ballottaggio tra i due partiti più votati il ​​28° giorno. Al partito vincitore del ballottaggio verranno assegnati i seggi aggiuntivi necessari per raggiungere la maggioranza del 54%, mantenendo tutti i seggi assegnati al primo turno.

Secondo il “Democratic Index” del settimanale The Economist, l’Armenia è considerata un cosiddetto “regime ibrido”, al livello di Messico, Bolivia, Bosnia-Erzegovina e Isole Fiji.

 

 

 

Nelle prossime pagine, la storia politica del paese, i risultati delle ultime elezioni, i principali partiti politici e gli ultimi sondaggi.

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