Sondaggi d’Europa – ancora boom del Reform Party in UK, in Svezia nettamente avanti il Centrosinistra
Giugno 6, 2026

IL GIRAMONDO – Elezioni parlamentari in Armenia. Tra Russia e Occidente: l’Armenia sceglie il suo destino

I SONDAGGI E I POSSIBILI SCENARI POST-ELETTORALI

I sondaggi in Armenia sono pochi e poco affidabili.   La tendenza è ad una nuova vittoria per Contratto Civile del primo ministro Nikol Pashinyan, che potrebbe ancora una volta ottenere la maggioranza assoluta dei consensi.  In seconda posizione ma molto staccata, dovrebbe arrivare “Armenia Forte”, la formazione politica creata dall’oligarca Samvel Karapetyan e appoggiata dalla chiesa apostolica armena, che si aggirerebbe sul 20% dei voti. In terza posizione  l’Alleanza Armenia, dominata dai nazionalisti di sinistra di Dashnak, e il cui capolista è l’ex presidente dell’Armenia, Robert Kocharyan, che dovrebbe attestarsi sul 10%, lievemente avanti alla formazione liberalconservatrice “Armenia Prospera”.

Se Pashinyan ottenesse una maggioranza parlamentare chiara si aprirebbe il percorso più lineare per la continuazione delle riforme in corso. Sul fronte interno, il governo potrebbe procedere con più forza verso la firma di un trattato di pace definitivo con l’Azerbaijan. Tuttavia Contratto Civile non raggiungere i due terzi dei seggi necessari a modificare la costituzione, il che significa che anche in caso di vittoria chiara, eventuali riforme costituzionali di ampio respiro rimarrebbero difficili.  Sul piano internazionale, una vittoria netta consoliderebbe il percorso di avvicinamento all’UE già avviato. Durante il vertice della Comunità Politica Europea di maggio è stata firmata un’intesa di massima tra Bruxelles e le autorità armene su vari temi, tra cui la connettività, la sicurezza, l’energia e la cooperazione nella lotta alla disinformazione. Questi impegni verrebbero rafforzati. Anche la cosiddetta “Trump Route” potrebbe decollare davvero: i minerali di terre rare critici e gli accordi sulle rotte commerciali tra Armenia e Stati Uniti rappresentano non solo importanti risultati economici per Washington, ma segnerebbero anche un cruciale cambio di rotta geopolitico in una regione storicamente dominata economicamente dalla Russia.

Il rischio per Pashinyan è quello in cui Contratto Civile arriva in testa ma non raggiunge la maggioranza assoluta dei seggi, per cui in parlamento sarebbero maggioranza le forze filorusse. In questo caso il governo magari riuscirebbe a rimanere in carica, viste le forti diversità ideologiche tra i partiti di opposizione, ma rischierebbe di vedersi bocciare, l’accordo di pace con Baku.  Un Parlamento frammentato renderebbe estremamente difficile procedere su dossier complessi come la revisione dei trattati con Mosca (l’Armenia fa ancora parte formalmente dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva e dell’Unione Economica Eurasiatica), i negoziati con Ankara per la riapertura del confine, e le riforme strutturali richieste dall’UE. In questo scenario, l’opposizione, pur frammentata, potrebbe trovare punti di convergenza tattici proprio per bloccare le riforme più coraggiose del governo.

C’è un terzo scenario, meno probabile, in cui “Armenia Forte” ottiene un ottimo risultato elettorale riesce a formare una coalizione con tutti i partiti di opposizione filorussi, sia di destra che di sinistra. Una vittoria delle forze pro-russe avrebbe conseguenze enormi: il blocco immediato del percorso di avvicinamento all’UE, la sospensione o il ripudio dell’accordo di pace con Baku già firmato a Washington, e un ritorno nell’orbita di Mosca, che significherebbe per l’Armenia rinunciare alle speranze di diversificazione economica e protezione militare occidentale, il tutto senza peraltro avere garanzie che Mosca, dopo l’abbandono del Karabakh, sarebbe disposta a difendere davvero il Paese in caso di nuove crisi.

Il quarto scenario è quello più temuto. Una vittoria risicata di “Contratto Civile”, contestata dall’opposizione, con accuse di brogli e manifestazioni di piazza che potrebbero diventare violente. Il Partito Repubblicano, formazione di destra nazionalista guidata dall’ex primo ministro Serzh Sarkisian, pur non partecipando alle elezioni, ha già espresso la disponibilità a unirsi a eventuali proteste post-elettorali qualora Contratto Civile dovesse ricevere la maggioranza per delegittimare il risultato e prendersi la rivincita su Pashinyan che proprio grazie ad una rivolta popolare lo aveva scalzato dal potere nel 2018.  La Russia ha già fatto la sua parte per preparare questo terreno bloccando l’importazione di una vasta gamma di prodotti armeni in modo da destabilizzare l’economia del paese (la Russia è di gran lunga il maggior partner commerciale dell’Armenia) e spingere l’elettorato verso candidati più allineati agli interessi del Cremlino. Putin ha intensificato i suoi ripetuti avvertimenti a Erevan sulla scelta filo-occidentale, minacciando di porre fine alle forniture a basso costo di gas e petrolio e di imporre ulteriori divieti su importanti esportazioni armene.

Qualunque cosa accada domenica, il nodo russo rimarrà insolubile nel breve periodo. La parola d’ordine  per il governo di Erevan rimane quella di “diversificare”, avvicinandosi ai paesi occidentali ma senza escludere mai del tutto Mosca, che resta partner politico, economico e militare di rilievo. Questo non significa che i funzionari armeni si fidino dei russi, anzi il governo ha già chiesto a Bruxelles assistenza per rafforzare la cybersecurity e combattere le influenze esterne in vista delle elezioni.

L’Armenia è un paese che dipende ancora dal gas russo, che ha centinaia di migliaia di suoi cittadini che lavorano in Russia, e che non ha ancora trovato un sostituto credibile alla copertura di sicurezza che Mosca, almeno sulla carta, garantiva. Staccarsi da questa rete di dipendenze richiede anni, non mesi, e richiede soprattutto che l’Occidente offra qualcosa di concreto in cambio. Quello che è iniziato come uno scontro politico tra Pashinyan e ambienti legati alla Russia è ormai una lotta su vasta scala per l’Armenia e l’identità nazionale nell’era post-Karabakh, con potenti interessi coinvolti, da Mosca alla Chiesa Apostolica Armena passando per i potenti oligarchi a capo dei partiti di opposizione.

In sintesi, domenica sera i risultati ci diranno chi ha vinto le elezioni. Ma la partita vera, quella sul futuro geopolitico di un piccolo paese cristiano incastrato tra grandi potenze, traumi storici e aspettative deluse, è destinata a durare ben oltre il 7 giugno.

I risultati saranno commentati come sempre dai nostri egregi collaboratori della Redazione BiDiMedia.

Vi ricordo le prossime importanti scadenze elettorali dopo la pausa estiva: le elezioni parlamentari del 13 settembre in Svezia e quelle del 3 ottobre in Lettonia.

 

 

 

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