Le elezioni parlamentari del 20 giugno 2021 furono le prime dopo la Seconda guerra del Nagorno-Karabakh, e si tennero in un clima di profonda tensione. Il primo ministro uscente Nikol Pashinyan ottenne la maggioranza: il suo partito “Contratto civile” raggiunse il 53,9% dei suffragi, distanziandosi nettamente dal principale avversario, “Alleanza Armenia”, il blocco dell’ex presidente Robert Kocharyan “, fermo al 21%, che ha messo in dubbio il risultato finale parlando di possibili brogli. Pashinyan aveva vinto, ma era un uomo politicamente indebolito: aveva guidato il paese attraverso una guerra disastrosa nel 2020, persa in modo umiliante, e l’opposizione non perdeva occasione di ricordarglielo.
Dopo le elezioni la situazione sul terreno non migliorò affatto. Gli scontri alla frontiera tra l’esercito armeno e quello azerbaigiano diventarono ordinari a partire dall’estate del 2021 e raggiunsero il loro apice nel settembre del 2022. In quell’occasione l’Azerbaigian condusse un’offensiva su territorio internazionalmente riconosciuto come armeno — non nel Nagorno-Karabakh, ma dentro i confini della Repubblica d’Armenia — occupando alcune posizioni strategiche. Il primo di questi due attacchi si concluse con l’occupazione, ancora in corso, di territori internazionalmente riconosciuti come parte dell’Armenia. Fu uno shock enorme per l’opinione pubblica. In parallelo, nel dicembre 2022 il corridoio di Lachin, l’unica strada che collegava l’Armenia al Nagorno-Karabakh, fu bloccato da “attivisti ecologici” azeri, e durante il blocco l’enclave fu privata di beni e servizi essenziali come cibo e medicinali. Il momento più drammatico arrivò nel settembre 2023. L’Azerbaigian lanciò un’offensiva militare nel Nagorno-Karabakh, che si concluse con la resa della Repubblica di Artsakh e lo scioglimento delle sue forze armate. In meno di 24 ore, la piccola repubblica armena del Karabakh cessava di esistere. Nell’arco di pochi giorni, oltre 100.000 armeni — circa il 99% della popolazione — abbandonarono in massa la regione, e la Repubblica di Artsakh si sciolse formalmente entro il 1° gennaio 2024. A Yerevan scoppiarono le proteste. I manifestanti chiedevano la resa dei conti politica e le dimissioni di Pashinyan, accusato di aver abbandonato gli armeni del Karabakh. Pashinyan, tuttavia, non cadde: resistette alle pressioni e rimase al potere.
Tutta questa sequenza di eventi accelerò una profonda revisione geopolitica. Lo strappo con Mosca era iniziato dopo la sconfitta nella seconda guerra del Nagorno-Karabakh nel 2020 e si era aggravato per il mancato sostegno della Russia e dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO) durante gli attacchi azeri del 2021 e 2022. Parallelamente, nel dicembre 2022 l’Unione europea aveva istituito una missione civile (EUMA) per monitorare la situazione al confine con l’Azerbaigian, e i rapporti con Bruxelles si sono fatti via via più stretti. Il culmine simbolico è arrivato nel marzo 2025, quando l’Assemblea nazionale armena ha adottato la legge per avviare formalmente il processo di adesione dell’Armenia all’Unione europea. Una scelta storica, impensabile solo pochi anni prima.
Sul fronte azero, il percorso è stato lungo e difficile, ma ha portato a un risultato insperato. Lo scorso agosto Armenia e Azerbaigian, con la mediazione degli Stati Uniti, hanno firmato a Washington una storica dichiarazione congiunta concordando il testo di un accordo di pace. L’accordo è stato salutato con soddisfazione internazionale, sebbene restino aperti nodi delicati, come la questione della Costituzione armena, che contiene riferimenti alla riunificazione con il Karabakh, e la demarcazione completa dei confini..
Lo scorso 4 maggio tutti i leader europei si sono riuniti a Yerevan per l’ottavo vertice della Comunità Politica Europea, un evento che ha preceduto di un mese le elezioni e che ha sancito simbolicamente il nuovo ruolo internazionale del paese. Secondo i commentatori, dopo l’accordo con l’Azerbaigian del 2025 le questioni di sicurezza sono passate un po’ in secondo piano agli occhi della società, e i temi sociali ed economici, disoccupazione, costo della vita, stipendi e pensioni, sono diventati centrali nel dibattito elettorale. Pashinyan si presenta con un bilancio contraddittorio: ha perso il Karabakh, ha rotto con Mosca, ha aperto all’Europa e ha firmato la pace con Baku. I suoi avversari pro-russi lo accusano di aver svenduto l’eredità nazionale; i suoi sostenitori lo difendono come l’unico capace di aver portato stabilità in un momento impossibile. L’Armenia, insomma, rimane un paese sospeso tra passato e futuro, in uno dei momenti di trasformazione più profondi della sua storia contemporanea.
Nelle prossime pagine i principali partiti politici, infine gli ultimi sondaggi.
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