Giovedì 12 febbraio gli elettori bengalesi sono chiamati alle urne per il rinnovo dei 350 seggi del Jatiya Sangsad, il parlamento monocamerale nazionale. È la tredicesima volta che i bengalesi eleggono il loro parlamento dall’indipendenza del paese dal Pakistan nel 1971. Queste elezioni determineranno il prossimo governo del Bangladesh . Il voto avrà luogo sotto il governo ad interim guidato da Muhammad Yunus , che guida il il paese dall’agosto 2024 dopo che una rivolta popolare aveva rovesciato il precedente governo di Sheikh Hasina. Parallelamente alle elezioni si terrà un referendum costituzionale sulla cosiddetta “Carta di luglio“, che dovrebbe essere la basa di una nuova costituzione nazionale. Oltre 127 milioni di persone hanno diritto al voto, il che rende queste elezioni le più grandi numericamente del 2026.
La “rivoluzione” del luglio 2024 ha segnato la fine del predominio sulla vita politica del paese della Lega Awami , storico partito di sinistra nazionalista che nel corso degli anni aveva perso la sua connotazione ideologia assumendo atteggiamenti sempre più autoritari.
La Lega Awami aveva vinto le controverse elezioni del gennaio 2024, boicottate dal principale partito di opposizione il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP), che aveva visto molti dei suoi esponenti incarcerati, tra cui la leader del partito, l’ex prima ministra Khaleda Zia, che era stata a dieci anni di carcere, mentre suo figlio Tarique Rahman era stato condannato all’ergastolo in contumacia per “corruzione e cospirazione criminale” oltre a vari altri capi d’accusa. Nel giugno 2024 scoppiarono in tutto il paese manifestazioni popolare per chiedere la riforma delle quote nei posti di lavoro governativi . Le proteste furono accolte con una brutale repressione da parte delle forze dell’ordine e delle forze paramilitari, che sfociò nel mese di luglio in un vero e proprio massacro. Ad agosto, le proteste bloccarono il paese e portarono alle dimissioni di Sheikh Hasina la quale fu costretta a fuggire dal paese, il parlamento venne sciolto e Khaleda Zia fu fatta uscire dal carcere.
In seguito ad un accordo tra i leader delle proteste studentesche e le forze armate del Bangladesh , il premio Nobel Muhammad Yunus fu nominato consigliere capo del Bangladesh per gestire un governo ad interim con l’obiettivo di guidare il paese verso nuove elezioni. il nuovo governo è stato sottoposto tuttavia a crescenti pressioni da parte delle fazioni piu’ estremiste della rivolta popolare, in particolare dal partito di destra islamica Jamaat-e-Islami, che ha chiesto ed ottenuto che alla Lega Awami fosse impedito di partecipare a queste elezioni. E’ stato creato un “Tribunale per i crimini internazionali”, fortemente condizionato dagli estremisti islamici, che ha stabilito che Hasina e i suoi coimputati erano colpevoli di “crimini di guerra” e l’ha condannata a morte in contumacia. Per quanto riguarda Khaleda Zia, è stata assolta da tutte le accusa, ma è morta lo scorso dicembre, lasciando la guida del BNP a suo figlio Tarique Rahman.
Queste elezioni si collocano quindi in un contesto di transizione straordinariamente delicato e rappresentano uno degli appuntamenti più cruciali dalla nascita dello Stato. La situazione politica attuale resta tesa e incerta. Il governo di transizione, guidato da Muhammad Yunus, ha promesso riforme elettorali, maggiore indipendenza delle istituzioni e il ripristino delle libertà civili. Nel nuovo panorama politico, il BNP è tornato a occupare una posizione centrale ma accanto a questo tradizionale partito conservatore sta emergendo sempre piu’ forte la presenza della destra islamica. Il Jamaat-e-Islami ha coalizzato intorno a sé un’alleanza di 11 partiti, della quale fa parte pure il movimento di protesta degli studenti del 2004, che si è trasformato in un partito politico chiamato Partito Nazionale Cittadino (NCP).
I temi al centro della campagna elettorale includono disoccupazione giovanile, inflazione, corruzione e riforme istituzionali. Essi riflettono le profonde ferite lasciate dagli ultimi anni. Grande attenzione è riservata anche ai diritti umani, alla libertà di stampa e alla protezione delle minoranze, in un contesto segnato da violenze politiche e tensioni sociali.
Queste elezioni determineranno se il Bangladesh riuscirà a uscire dalla fase di transizione con un sistema politico più aperto e legittimo, se entrerà in un nuovo ciclo di instabilità o se il partito vincitore delle elezioni instaurerà a suo volta un regime autoritario. Non si tratta solo di scegliere un governo, ma di stabilire le regole del gioco democratico per gli anni a venire. Per molti bengalesi, il prossimo voto rappresenta l’ultima occasione per ricostruire la fiducia nelle istituzioni e riportare il Paese su un percorso democratico credibile.
IL SISTEMA POLITICO-ELETTORALE

Il Bangladesh è una repubblica democratica rappresentativa parlamentare, basata su di un sistema multipartitico. Il potere esecutivo è esercitato dal Primo Ministro e dal Consiglio dei Ministri. Il potere legislativo è esercitato sia dal governo che dal parlamento (Jatiyo Sangshad). Il Presidente del Bangladesh è il capo dello Stato ed è eletto dal parlamento a scrutinio palese per un mandato di 5 anni (estendibile a 10). I poteri del Presidente sono in gran parte cerimoniali. Il parlamento è composto da 350 membri, 300 dei quali eletti ogni 5 anni con sistema uninominale maggioritario a turno unico e 50 riservati alle donne, nominate dai partiti politici in proporzione al proprio peso parlamentare. La costituzione del Bangladesh risale al 1972 e da allora è stata modificata diciassette volte.
L’attuale governo ad interim ha introdotto delle riforme dei sistema elettorale, tra cui la reintroduzione del ” no vote ” per i collegi elettorali con un solo candidato. Saranno le prime elezioni generali in Bangladesh in cui gli espatriati voteranno tramite voto postale.
Secondo il “Democratic Index” del settimanale The Economist, il Bangaldesh è un cosiddetto “Regime ibrido”, al livello di paesi tipo Benin, Guatemala, Gambia e Uganda.
Nelle prossime pagine, la storia politica del paese, i gli sviluppi politici recenti, i principali partiti politici e gli scenari post-elettorali.
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