Le elezioni dell’8 settembre 2021 sancirono la sconfitta del Partito Giustizia e Sviluppo (PJD), che aveva governato per un decennio, e l’affermazione del Raggruppamento Nazionale degli Indipendenti (RNI) guidato da Aziz Akhannouch, imprenditore tra i più ricchi del continente africano grazie al gruppo Akwa. Il 7 ottobre 2021 nacque il nuovo esecutivo, frutto di una coalizione tra RNI, Partito dell’Autenticità e della Modernità (PAM) e Istiqlal — una maggioranza ideologicamente eterogenea ma sostanzialmente di centrodestra e liberale, con un governo di 24 ministri, sette dei quali donne. Fin dai primi mesi il governo dovette misurarsi con le conseguenze della guerra in Ucraina, dato che il Marocco importava allora una parte significativa del proprio fabbisogno di grano da Ucraina e Russia; Rabat rispose con pacchetti di sostegno all’agricoltura e ai trasporti e con un accordo salariale con i sindacati nella primavera del 2022..
L’8 settembre 2023 un sisma di magnitudo 6,8 con epicentro nell’Alto Atlante, a circa 70 chilometri da Marrakech, colpì il paese causando quasi 2.950 morti e oltre 5.600 feriti: il terremoto più devastante nella storia marocchina moderna. La ricostruzione, affidata a un programma statale che ha coinvolto quasi 59mila edifici, è proseguita a ritmi lenti nelle zone montane più difficili da raggiungere: a due anni di distanza, alla fine del 2025, risultavano ricostruite oltre 53mila abitazioni, ma circa quattromila famiglie vivevano ancora in aree a rischio.
Sul piano internazionale è rimasta in primo piano la questione del Sahara Occidentale, dove negli ultimi anni si è consolidato un progressivo riconoscimento internazionale del piano marocchino di autonomia sotto sovranità di Rabat, presentato originariamente nel 2007. A un primo riconoscimento implicito di Germania e Spagna nel 2021 è seguito quello della Francia nel 2024 e del Regno Unito nel 2025, mentre l’amministrazione Trump ha esplicitamente riconosciuto la sovranità marocchina sul territorio nell’estate del 2025. Il punto di svolta è arrivato il 31 ottobre 2025, quando il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato, con undici voti favorevoli e senza voti contrari, la risoluzione 2797, sponsorizzata dagli Stati Uniti e sostenuta attivamente dalla Francia: per la prima volta un mandato del Consiglio ha riconosciuto esplicitamente l’autonomia sotto sovranità marocchina come soluzione più praticabile per la disputa, pur rinnovando la missione di peacekeeping MINURSO e prevedendo una revisione entro sei mesi. Si è trattato di un successo diplomatico di grande portata per la monarchia, che ha isolato ulteriormente l’Algeria e il Fronte Polisario.
Nell’autunno del 2025 il governo Akhannouch ha attraversato la sua prova più difficile sul piano interno. Il 27 settembre 2025 infatti sono esplose in una decina di città — Casablanca, Rabat, Marrakech, Agadir, Fez, Tangeri — le proteste più partecipate dai tempi della Primavera araba del 2011-2012, innescate dalla morte di otto donne durante parti cesarei nell’ospedale pubblico Hassan II di Agadir, città di cui lo stesso Akhannouch è sindaco. Il movimento, denominato GenZ 212 e organizzato tramite i social media come Discord, TikTok e Instagram, ha contestato in particolare il contrasto tra gli investimenti miliardari in infrastrutture calcistiche — in vista della Coppa d’Africa 2025 e del Mondiale 2030, che il Marocco ospiterà insieme a Spagna e Portogallo — e il collasso della sanità pubblica, della scuola e la disoccupazione giovanile, che ha superato il 35%. Le manifestazioni hanno avuto anche un tragico sviluppo il 1° ottobre a Lqliâa, dove le forze dell’ordine hanno ucciso tre persone. Il sovrano, pur criticando in precedenza l’economia “a due velocità”, è rimasto sostanzialmente defilato, limitandosi a un discorso parlamentare il 10 ottobre in cui ha invitato il governo ad accelerare le riforme senza soddisfare le richieste dirette del movimento, che restano tuttora la dimissione di Akhannouch e un’indagine sulla corruzione. In questo contesto si è inserito, nell’agosto 2026, lo scandalo relativo ai sussidi per l’importazione di carni rosse tra il 2022 e il 2024, con una discrepanza denunciata dall’opposizione parlamentare (PPS, PJD, Movimento Popolare) tra i 13,3 miliardi di dirham effettivamente impegnati e i 437 milioni riconosciuti ufficialmente dal ministero dell’Agricoltura — un episodio che ha ulteriormente eroso la credibilità del primo ministro uscente alla vigilia del voto.
Nelle prossime pagine, i principali partiti politici.
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