I partiti politici del Marocco continuano a essere bollati con la stessa espressione dispregiativa che circolava già nel 2021 — “fichi e timo”, a indicare la loro sostanziale irrilevanza — e a cinque anni di distanza questo giudizio popolare appare, se possibile, ancora più fondato. Le decisioni che contano continuano a essere prese dal Palazzo, indipendentemente da chi guidi l’esecutivo, e ciò che si è aggiunto nel frattempo è una prova tangibile di quanto questa sfiducia sia meritata: l’autunno 2025 ha visto esplodere in tutto il paese le proteste del movimento GenZ 212, la mobilitazione popolare più ampia dai tempi della Primavera araba, innescata dalla morte di otto donne in un ospedale pubblico e alimentata dal contrasto sempre più insopportabile tra i miliardi investiti in stadi per il Mondiale 2030 e il collasso della sanità e della scuola pubblica. Quelle piazze chiedevano le dimissioni del governo Akhannouch e un’indagine sulla corruzione; un anno dopo, alla vigilia del voto, nessuna delle due richieste è stata soddisfatta, e lo scandalo sui sussidi alle importazioni di carne — miliardi di dirham di discrepanza tra quanto impegnato e quanto dichiarato — ha semmai rafforzato la sensazione di un sistema impermeabile alla pressione popolare.
In questo contesto, il timore dell’astensione che già nel 2021 aleggiava sull’elettorato giovanile urbano appare oggi quasi una certezza statistica prima ancora che politica. I dati delle liste elettorali aggiornate per il 2026 mostrano un corpo elettorale sensibilmente invecchiato rispetto a cinque anni fa: gli under 35, che nel 2021 rappresentavano oltre un quarto degli iscritti, sono scesi al 18%, mentre gli over 60 sono saliti al 30%. È la fotografia di una generazione — proprio quella che ha animato le proteste di piazza — sempre più assente dalle liste elettorali, o comunque sempre meno motivata a passare dalla protesta di strada al voto, ritenuto uno strumento inutile per incidere su un sistema che considera predeterminato.
Sul fronte dei sondaggi, va detto che in Marocco non esistono rilevazioni demoscopiche periodiche paragonabili a quelle europee, poiché la pubblicazione di sondaggi elettorali è sottoposta a vincoli legali stringenti; le previsioni si basano dunque più su radicamento territoriale, reti clientelari e precedenti elettorali che su rilevazioni pubbliche. Il quadro che emerge dalle analisi disponibili conferma comunque una sostanziale continuità: la competizione resta concentrata tra gli stessi tre partiti che nel 2021 formarono la coalizione di governo — RNI, PAM e Istiqlal — con il PJD islamista che tenta una rimonta dopo il tracollo di cinque anni fa, forte di un programma dettagliato in 467 misure ma ancora lontano dai numeri del suo periodo d’oro. Difficilmente, va detto, un’alternanza tra questi stessi soggetti restituirà fiducia a un elettorato che nell’autunno 2025 è sceso in piazza proprio contro l’establishment che tutti e tre, chi più chi meno, rappresentano.
Un elemento di continuità con il 2021, semmai rafforzato, riguarda la capacità della monarchia di trasformare i propri successi in politica estera in una fonte di legittimazione che compensa, almeno nella narrazione ufficiale, il malcontento interno. Il dossier del Sahara Occidentale ha conosciuto in questi cinque anni una svolta diplomatica che Rabat non poteva sperare fino a pochi anni fa: dopo i riconoscimenti di Germania e Spagna, sono arrivati quelli di Francia, Regno Unito e, soprattutto, degli Stati Uniti di Trump, fino alla risoluzione 2797 approvata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU il 31 ottobre 2025, che per la prima volta ha riconosciuto l’autonomia sotto sovranità marocchina come base più praticabile per risolvere la disputa. È probabile che, chiunque vinca le elezioni, il prossimo governo continuerà a capitalizzare questo successo diplomatico e proseguirà sulla stessa linea di consolidamento delle alleanze con Washington, Parigi e Londra, mentre i rapporti con l’Algeria — già ai minimi storici — difficilmente conosceranno una distensione nel breve periodo. Resta da vedere se, di fronte a una piazza che nell’autunno 2025 ha mostrato di non accontentarsi più di vittorie simboliche sul piano internazionale, tale capitale diplomatico sarà ancora sufficiente a tenere a bada tensioni sociali che rischiano di riproporsi con forza ancora maggiore nel prossimo futuro.
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