Il MoVimento 5 Stelle nazionale dunque ha vinto le elezioni politiche 2018 e, pur senza poter governare in solitudine, ha il diritto a dare le carte nella formazione di un nuovo governo. Giuseppe Conte, premier indicato dal M5S, governa per oltre un anno con la Lega di Matteo Salvini, divenuta sempre più forte e ormai vera forza trainante di un centrodestra sempre più sovranista e sempre meno moderato. Nell’estate 2019 Conte si dimette salvo formare un governo bis, stavolta insieme a quel Partito Democratico tanto inviso, agli inizi e non solo, alla base grillina. Anche Liberi e Uguali, il cartello alla sinistra del PD composto dagli oppositori interni di Matteo Renzi, è entrato a far parte della maggioranza. Il MoVimento 5 Stelle è dunque divenuto, da forza anti sistema e di protesta, un vero e proprio partito dell’establishment. O almeno così viene visto da buona parte di una base sfiduciata e delusa, oltre che da una serie di parlamentari che alla spicciolata lasciano il MoVimento approdando al Gruppo Misto o a partiti come Lega, Forza Italia e Italia Viva, il nuovo soggetto politico di Matteo Renzi, nel frattempo fuoriuscito dal PD ma ancora in maggioranza.
Rispetto alle elezioni comunali romane del 2016 il quadro politico e partitico è cambiato considerevolmente, con equilibri interni alle coalizioni ben diversi e con la nascita di nuovi soggetti. Grande fibrillazione c’è soprattutto nel centrosinistra: il PD ha dovuto far fronte a ben due scissioni. Oltre alla già citata Italia Viva renziana nasce anche Azione, il nuovo contenitore dell’ex ministro Carlo Calenda. Da qualche anno, poi, è in campo anche +Europa, partito di ispirazione liberale, europeista e radicale che continua a gravitare nel centrosinistra. Verdi e Sinistra, anche grazie all’avvicendamento ai vertici del PD con il Governatore del Lazio Nicola Zingaretti nuovo segretario, sembrano essersi riavvicinati al Nazareno e discutono con più disponibilità sulla creazione di una coalizione di centrosinistra e movimenti civici. A tale proposito, il boom delle Sardine può rappresentare un importante serbatoio di voti per le forze progressiste. Non un partito, ma un fortissimo movimento civico nato in Emilia Romagna, a differenza del M5S degli inizi le Sardine non puntano su populismo e antipolitica per fare breccia nel cuore dei cittadini, piuttosto si rifanno al civismo, all’ecologismo e all’antifascismo. Un movimento dunque schierato, ma non politico e non ufficialmente alleato del PD, visto in molti casi con simpatia da chi si professa di sinistra, o deluso dal M5S o addirittura di destra ma con scarsa simpatia per il sovranismo salviniano.
A proposito di Salvini, sempre rispetto alle elezioni romane del 2016 tutto è cambiato anche all’interno del centrodestra: dopo il declino sempre più inesorabile del berlusconismo è stato proprio il segretario dell’ormai ex Lega Nord a diventare il leader della coalizione. Lo storico sorpasso leghista ai danni di Forza Italia alle Politiche del 2018 (17% contro il 14% azzurro) ha segnato un punto di non ritorno all’interno della coalizione. Da quel momento in poi la popolarità di Salvini è cresciuta sempre di più e la Lega ha praticamente fagocitato quasi tutte le forze alleate. Quasi, perché Fratelli d’Italia, pur condividendo molte delle linee guida leghiste, ha sempre rivendicato una certa indipendenza rispetto a via Bellerio. Prova ne è il fatto che quando Salvini accettò di governare per un anno con il M5S consentendo la formazione di un nuovo governo Giorgia Meloni, tornata alla guida del partito dopo la gravidanza e l’esperienza come candidata sindaco di Roma, ha sempre preferito rimanere all’opposizione. Una coerenza che ha visto crescere i consensi al suo partito, arrivato al 2020 addirittura in doppia cifra secondo alcuni sondaggi, erodendo perfino una parte dei consensi di Salvini. Forza Italia, ormai diventata a tutti gli effetti l’ultima ruota del carro della coalizione, vive una lunga agonia che vede il partito dell’83enne Silvio Berlusconi sempre più succube della Lega. Ormai relegato ad un 5-6% nazionale (se va bene) all’interno di Forza Italia si registrano liti tra chi non vuole morire salviniano, come la vicepresidente della Camera Mara Carfagna, e chi come lo stesso Silvio Berlusconi e il governatore ligure Giovanni Toti preferisce scendere ancora a patti con la Lega.
Che il clima sia cambiato lo si era evinto già nel giugno del 2019 in occasione delle elezioni europee stravinte da Matteo Salvini e che hanno visto un crollo del M5S in tutto il Paese. Luigi Di Maio, capo politico grillino, ha spesso anteposto la sete di potere alle vecchie battaglie politiche del MoVimento. Questa situazione ha creato profondo imbarazzo all’interno della base e dei vertici dell’ormai partito grillino, provocando una perdita esponenziale di voti. Il M5S alle Europee ha retto soltanto al Sud ed è primo partito solo a Napoli, tra le grandi città. Al Nord ininfluente, il M5S è crollato anche a Roma.
E’allora opportuno dare uno sguardo ai risultati delle Elezioni Europee 2019 all’interno del Comune di Roma e compararle alle amministrative di tre anni prima. Naturalmente stiamo parlando di elezioni diverse, in più ci sono partiti nuovi e non esistono coalizioni. Ma i dati ci aiutano comunque a capire come in tre anni tutto sia cambiato.
Partito Democratico 30.6% (338.885 voti)
Lega Salvini 25.8% (285.318 voti)
MoVimento 5 Stelle 17.6% (194.545 voti)
Fratelli d’Italia 8.7% (96.229 voti)
Forza Italia 5.6% (61.638 voti)
+ Europa 4.0% (44.310 voti)
Sinistra 2.9% (31.731 voti)
Verdi 2.2 % (24.614 voti)
Si è deciso di approfondire questa tornata elettorale perché di fatto riguarda, insieme alle Politiche 2018, le uniche elezioni che si sono svolte a Roma da quando Virginia Raggi è stata eletta sindaca, e premesso che l’affluenza è stata più bassa rispetto al 2016, come spesso capita alle Europee (48.9% contro il 57.03% di tre anni prima) basta leggere i dati per conoscere vincitori e sconfitti
Ha perso il M5S, e dunque ha perso Virginia Raggi. Un vero e proprio crollo, praticamente la metà in percentuale rispetto alle Comunali. Il M5S è diventato il terzo partito cittadino da primo che era. Un voto che si spiega, a Roma, con la crescente impopolarità della sindaca oltre che con le esitazioni grilline a livello nazionale
Ha stravinto la Lega di Matteo Salvini. Assente alle amministrative 2013 e con un misero 2% nel 2016, l’ex partito padano è di fatto diventato una sorta di partito unico di destra-centro più che di centrodestra. Questo si spiega con il fatto che molti politici locali, appartenenti un tempo alla vecchia Alleanza Nazionale o a Forza Italia, sono entrati nella Lega con i voti a loro disposizione per arricchire il partito. Ma si spiega anche con il fatto che gran parte degli elettori grillini di destra che nel 2016 avevano dato la loro preferenza alla Raggi si sono “convertititi” al leghismo, preferendo il sovranismo e la presenza dell’Uomo Forte (Salvini) ad un populismo, quello grillino, troppo spesso incoerente negli anni e alle prese con eterni ripensamenti anche su linee guida storiche. E attenzione, le Europee sono arrivate prima della clamorosa alleanza tra M5S e PD in chiave nazionale. Il che significa che quel 17.6% di giugno 2019 a Roma potrebbe non essere stato il punto più basso del M5S capitolino.
Il PD è cresciuto di ben 13 punti rispetto alle disastrose amministrative del 2016. Bisogna considerare che nelle grandi città il massimo partito del centrosinistra è spesso in grado di scegliere ottimi candidati in grado di drenare voti al Nazareno. E poi la presenza di personaggi come Paolo Gentiloni, Nicola Zingaretti e Carlo Calenda, molto popolari a Roma, sembra aver aiutato. E’pure vero che le Europee 2019 non possono tenere conto della doppia scissione di Italia Viva e Azione, in uscita dal PD. Ma queste forze quasi sicuramente saranno alleate del PD a Roma nel 2021.
Fratelli d’Italia può cantare vittoria, anche se perde qualche punto rispetto al 2016. Certamente l’ingombrante presenza di Matteo Salvini anche a Roma può essere un ostacolo per il partito di Giorgia Meloni, che nella Capitale è da tempo il punto di riferimento dell’elettorato di destra. Questo aspetto inciderà molto anche sulla scelta del candidato sindaco del centrodestra per l’anno prossimo: sia Salvini sia Meloni la rivendicano. I due dovranno essere molto bravi nel mettersi d’accordo senza creare eccessive frizioni.
Forza Italia rimane sulle percentuali del 2016, anzi prende qualcosa in più. Ma è comunque troppo bassa, e sta perdendo gran parte della sua classe dirigente, in fuga verso altri lidi.
Le forze alla sinistra del PD (Sinistra, Verdi, PCI) messe insieme arrivano ad un 6% complessivo che conferma come Roma sia una città con una importante componente di sinistra movimentista. Più di questo, però, non sembrano riuscire a fare nonostante i Verdi, ad esempio, in Europa stiano dilagando un po’ ovunque.
+Europa, che alle Europee gioca in casa, a giugno 2019 prende una percentuale di tutto rispetto ma la presenza di Italia Viva e Azione in quello che è lo stesso campo politico del partito della Bonino (europeismo, centrosinistra, liberalismo, antifascismo) rischia di svuotarla in maniera definitiva. Non sarebbe una sorpresa se nel 2021 +Europa alle comunali di Roma non si presentasse.
Tornando a Virginia Raggi, appare ormai oggettivo come la luna di miele tra la sindaca e la cittadinanza sia durata ben poco. Certo, esiste ancora una base di duri e puri, di fedelissimi che ancora la sostengono, ma le percentuali del 2016 sono ormai un lontano ricordo. Sono state molte le tematiche che hanno mandato in tilt la Giunta comunale, tra queste le più gravi sono i rifiuti, i trasporti e le buche sulle strade. Su quest’ultima tematica qualcosa è stato fatto, ma ancora troppo poco per una Metropoli come Roma. Sui rifiuti è buio pesto: il M5S capitolino è diviso in merito a come risolvere il problema di una discarica che nessun municipio romano vuole ospitare, neanche quelli a trazione grillina. A tal proposito, occorre ricordare che nel 2018 il M5S ha perso il controllo di due municipi vinti nel 2016, il III (Montesacro) e l’VIII (Garbatella). Il centrosinistra li ha riconquistati dopo le elezioni interne. Quanto ai trasporti, la crisi della municipalizzata cittadina ATAC è sempre più tragica. Un problema che si ripercuote sugli autobus, sempre più vecchi e sempre più in fiamme, e sulle metropolitane. A proposito di metropolitane, diverse stazioni della Metro A sono rimaste ferme per mesi (Repubblica, Spagna, Baldo degli Ubaldi, Cornelia) per manutenzioni ordinarie o straordinarie (Barberini è ancora chiusa a data da destinarsi); la Giunta si è mostrata più volte esitante sul destino della Metro C, la terza linea metro di Roma tuttora in costruzione e che solo in extremis è stata salvata da una prematura interruzione. In questi 4 anni ci sono stati problemi anche con i grandi eventi e le grandi opere. Nel settembre 2016 la sindaca ha detto NO alle Olimpiadi 2024 sulle quali il CONI aveva puntato molte fiches. Secondo molti bene informati la città di Roma avrebbe avuto i Giochi ma la Giunta, in nome di speculazioni edilizie e malaffare, ha preferito ritirare la candidatura della città. Una scelta che ha portato inevitabilmente alla rinuncia di soldi, tanti soldi, che sarebbero servito a rimettere in sesto una città in difficoltà, magari con strade e strutture nuove al posto di quelle fatiscenti tuttora presenti. Grossi problemi ci sono pure sul via libera al nuovo Stadio della Roma, una opera privata, finanziata da proponenti americani (proprietari della AS Roma, club di calcio capitolino) che consentirebbe il pressoché totale recupero di un quartiere nel quadrante sud della città, quello di Tor di Valle, da anni sofferente e arresosi al degrado. Dapprima contrarissima al progetto (quando era all’opposizione), la sindaca si è resa conto che un No allo stadio avrebbe provocato penali da pagare nel caso in cui il proponente avesse fatto ricorso, visto che il progetto è stato già promosso con il pubblico interesse votato dall’Assemblea Capitolina nel 2014 e ha passato il visto di ben due conferenze dei servizi. Al momento in cui scriviamo la Giunta, ancora alle prese con polemiche e dissidi interni sulla questione rifiuti e sul posizionamento della discarica, ha semplicemente scelto di non decidere, provando a rimandare la resa dei conti. E tutto questo nonostante Radovan Vitek, importante costruttore ceco, stia per acquistare i terreni dove dovrebbe sorgere lo stadio giallorosso mettendo molti soldi sul piatto, pronto a costruire con l’avallo dei nuovi proprietari della AS Roma, anch’essi americani. Per il via libera definitivo serve che la sindaca calendarizzi in Assemblea Capitolina la votazione sulla approvazione della variante al piano regolatore e della convenzione urbanistica. Due documenti senza i quali nessun via libera è permesso. Sono attese novità entro poche settimane.
Nella prossima pagina le ultime analisi riguardanti il 2020
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