In Danimarca sono cinque le case sondaggistiche che hanno effettuato sondaggi per queste elezioni: Voxmeter, Yougov, Gallup, Epinion and Megafon.
Secondo gli ultimi sondaggi ci sarebbe un vero e proprio sconvolgimento all’interno dell’area di centrodestra. In netto calo sarebbero infatti i liberalconservatori di “Venstre”, che subirebbero un vero e proprio crollo, perdendo quasi 11 punti rispetto al 23,4% delle scorse elezioni. Una buona parte dei loro elettori andrebbero a favore del nuovo partito centrista dei “Moderati” dell’ex primo ministro ed ex leader di Venstre Lars Løkke Rasmussen, dato oltre il 9% dei voti alla sua prima prova elettorale. In lieve calo sarebbero i Conservatori poco oltre il 6% delle intenzioni di voto. In aumento di oltre 2 punti rispetto alle elezioni precedenti è invece la destra liberale di “Alleanza Liberale” data vicina all’8%. Un drammatico spostamento di voti si avrebbe anche all’estrema destra, con il tracollo del Partito Popolare Danese, che, da terzo partito del paese nel 2019perderebbe ben 6 punti percentuali e scenderebbe sotto il 3% dei voti, avvicinandosi pericolosamente alla soglia del 2% necessaria per entrare in parlamento. I suoi elettori andrebbero in massa al nuovo partito di destra dei “Danesi Democratici”, che alla sua prima competizione elettorale è dato vicino all’8% dei voti. Anche la destra xenofoba della “Nuova Destra”, guadagnerebbe un paio di punti, superando il 4% dei voti, mentre i democristiani resterebbero ben al di sotto la soglia di sbarramento. Complessivamente i partiti di destra e centrodestra (coalizione “blu”) avrebbero intorno ai 74 seggi rispetto ai 79 delle scorse elezioni e sarebbero in ribasso anche in termini di percentuale, scendendo di circa 5 punti rispetto al 47,7% delle scorse elezioni. Per quanto riguarda i partiti di centro-sinistra (coalizione “rossa”), anche questi subirebbero un netto calo percentuale, passando dal 52,1% delle scorse elezioni a valori compresi tra il 48% e il 49% dei voti scendendo a circa 85 seggi rispetto ai 96 attuali. In particolare ci sarebbe un calo considerevole per i liberali progressisti della “Radikale Venstre”, che perderebbero tra i 4 e i 5 punti percentuali (in parte probabilmente a favore dei “Moderati”), finendo al 4% dei voti. In salita di circa un punto percentuale sarebbe invece il Partito Socialista Popolare, dato intorno al 9% mentre stabili sarebbero sia i socialdemocratici, dati intorno al 26% dei voti che la lista “rosso-verde”, data poco sotto al 7%. In calo infine sarebbe la lista “Alternativa”, che scenderebbe a valori poco sopra la soglia del 2%, a causa della scissione dei “Verdi Indipendenti”, questi ultimi dati sotto l’1% delle preferenze e quindi destinati a rimanere fuori dal parlamento.
Per quanto riguarda i seggi della Groenlandia e delle Isole Faroe, nel primo caso i due seggi dovrebbero andare come nelle elezioni precedenti uno ai socialdemocratici e uno alla sinistra indipendentista, mentre nel secondo caso verrebbero divisi anche qui come nelle precedenti elezioni tra i socialdemocratici e il Partito dell’Unione di centrodestra.
Al momento quindi nessuna coalizione raggiungerebbe la maggioranza assoluta di 90 seggi necessaria per governare il paese. In tal caso l’ago della bilancia diverrebbe il nuovo partito dei “moderati” dell’ex primo ministro Rasmussen che potrebbe ottenere circa 16 seggi. Rasmussen ha guidato in passato un governo di minoranza di centrodestra, appoggiato esternamente dalla destra xenofoba del Partito Popolare Danese, ma stavolta si dice favorevole ad un governo “di centro” che escluda i partiti di estrema destra ed estrema sinistra. D’altro canto anche Mette Frederiksen ha fatto chiaramente capire di non essere interessata a governare con una eventuale risicata maggioranza di sinistra, ma di voler espandere la coalizione di governo al centrodestra moderato, non solo ai “Moderati” di Rasmussen ma anche a “Venstre” e ai Conservatori. Questi ultimi due si sono detti contrari ad ogni accordo con i socialdemocratici, ma difficilmente riusciranno a mettere in piedi un governo di 7 partiti che vada dal “moderati” centristi all’estrema destra xenobofa che si regga su una maggioranza di un paio di seggi. Si potrebbe quindi andare verso una “grande coalizione” in grado di fare le riforme necessarie per superare gli ostacoli che il prossimo governo si troverà davanti, in particolare la crisi energetica ed economica legata alla guerra in Ucraina, la gestione dell’immigrazione e le politiche ambientali necessarie per affrontare i cambiamenti climatici.
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Vi ricordo le prossime importanti scadenze elettorali: le elezioni di “mid-term” in USA del prossimo 8 novembre.
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