Le elezioni del 2022 videro il Congresso Nepalese conquistare la maggioranza relativa dei seggi in parlamento pur arrivando in seconda posizione dopo i comunisti del CPN-UML. Iniziò così un complesso negoziato per raggiungere una maggioranza di governo. Dopo un mese di trattative, nel dicembre 2022 il veterano leader maoista Pushpa Kamal Dahal, detto Prachanda, divenne primo ministro alla guida di una coalizione formata dai due principali partiti comunist e da vari partiti minori. Per qualche mese sembrava fosse possibile andare avanti, ma le tensioni interne si fecero sentire presto. Il governo di Dahal faticò a gestire le divergenze all’interno della maggioranza e nel luglio 2024 fu sfiduciato dal parlamento. A quel punto tornò al potere Khadga Prasad Sharma Oli, leader del principale partito comunista CPN-UML a capo di una coalizione tra il suo partito, il Congresso Nepalese e vari partiti minori.
Il suo governo però non portò la stabilità che il Nepal cercava. A metà del 2025, tra una coalizione traballante, critiche crescenti per corruzione e nepotismo e un’economia che arrancava, il clima politico era già teso. Nel settembre 2025 scoppiò poi una crisi di ben altra portata: una decisione governativa che includeva il divieto di accesso a decine di piattaforme di social media — considerate strumenti chiave per comunicare e organizzarsi, soprattutto tra i giovani — fu percepita da molti come un attacco alla libertà di espressione e alla partecipazione civica.
Quello che all’inizio sembrava un malcontento legato a una singola misura istituzionale esplose rapidamente in una protesta di vasta scala, guidata dalla generazione più giovane, la cosiddetta Gen Z. Queste manifestazioni iniziarono in modo pacifico, ma in poco tempo diventarono violente, con scontri tra dimostranti e forze dell’ordine in cui ci furono decine di morti e oltre duemila feriti. Luoghi simbolici della politica nepalese, inclusi edifici governativi e il parlamento, furono danneggiati o incendiati. Il 9 settembre 2025, sotto la pressione di questa imponente ondata di protesta e dopo giorni di scontri, Oli si dimise da primo ministro con l’intento di «facilitare una soluzione politica».
Con il Parlamento di fatto paralizzato e il paese travolto dalla protesta, il Presidente della Repubblica nominò allora una figura al di fuori della normale contesa partitica: Sushila Karki, una giudice indipendente e già presidente della Corte Suprema, divenne primo ministro ad interim nel settembre 2025. Era la prima volta nella storia del Nepal che una donna guidava il governo, e il mandato di Karki era chiaro: gestire un governo di transizione e preparare il paese alla nuova tornata elettorale prevista per il 5 marzo 2026.
L’arrivo di Karki – percepito da molti come un compromesso accettabile tra le forze politiche tese e la società civile in rivolta – ha segnato l’inizio di una fase di transizione nel paese. Il suo governo non ha poteri pieni come quelli di un esecutivo normale, ma ha la responsabilità di avviare quel processo elettorale che molti cittadini, soprattutto nei movimenti giovanili, ritengono essenziale per rinnovare la classe politica e dare risposte concrete alla persistente frustrazione per corruzione, stagnazione economica e scarsa rappresentanza.
Nelle prossime pagine i principali partiti politici, infine gli ultimi sondaggi.
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