Com’è tradizione di questa rubrica, iniziamo il nuovo anno con uno sguardo agli appuntamenti elettorali internazionali più importanti dell’anno. Nel 2026 si terranno elezioni a livello nazionale in oltre 40 paesi, che rappresentano una popolazione complessiva di 1,6 miliardi di persone. Queste elezioni, tra presidenziali e parlamentari, determineranno i governi di quasi un quinto della popolazione mondiale. I loro esiti influenzeranno le politiche interne, le strategie economiche e le alleanze globali. il 2026 si annuncia come un anno elettorale tutt’altro che di routine: tra le elezioni di “medio termine” in negli Stati Uniti, le elezioni presidenziali in alcuni grandi paesi dell’America Latina e alcune elezioni strategicamente importanti in Europa, il voto sarà una cartina al tornasole per stabilità politica, politiche economiche e assetti di sicurezza.
Sicuramente le elezioni più attese sono le “mid-term” del 3 novembre negli Stati Uniti che rinnoveranno tutta la Camera e un terzo del Senato. Attualmente il quadro a Washington è quello di una maggioranza repubblicana risicata alla Camera (218-213, con 4 seggi vacanti) e di un Senato controllato dal Gop/Maga con 53 repubblicani, contro 45 democratici più 2 indipendenti di centrosinistra. In questo scenario ogni “swing” conta: una Camera che cambi colore può trasformare l’agenda del Presidente in un percorso a ostacoli (bilancio, tasse, spesa, debito), mentre il Senato resta il perno per nomine e indirizzo strategico. Non a caso la campagna si sta già impostando come un referendum sul costo della vita e sulla capacità di far funzionare il Congresso. La composizione del Congresso influirà sulla gestione del bilancio federale, sulla politica commerciale e sulla leadership USA nei confronti di Cina, Russia, Medio Oriente e alleanze NATO. Un Congresso più favorevole al presidente in carica permetterà di accelerare iniziative economiche e militari globali, mentre una maggioranza ostile potrebbe creare uno stallo legislativo e aumentare la conflittualità con il potere esecutivo, rendendo queste mid-term una sorta di termometro politico globale.
Occhi puntati anche sull’America Latina dove si vota in per le presidenziali in Brasile, Colombia, Costa Rica e Perù. In Brasile la partita è già polarizzata. Il presidente Luiz Inacio Lula da Silva ha annunciato che correrà per la rielezione e sul fronte opposto l’ex presidente Jair Bolsonaro – oggi fuori gioco per ragioni giudiziarie – ha indicato come “pre-candidato” il figlio Flavio, scelta che ha spiazzato anche parte dei suoi alleati, che guardavano ad altri nomi della destra. Ma il “peso” vero, in Brasile, è anche parlamentare: alla Camera la politica si regge su blocchi e alleanze mobili, con un grande raggruppamento centrista (il cosiddetto centrao) che vale 275 deputati, mentre il PL bolsonarista conta 88 seggi e la federazione pro-governo (PT-PCdoB-PV) ne ha 80. In altri termini: chi vincerà la presidenza dovrà comunque contrattare ogni riforma con un Congresso frammentato e qui si misureranno davvero i vari pesi su fisco, investimenti e stabilità.
In Colombia il voto presidenziale non è solo una scelta di leadership: è un test sull’eredità politica di Gustavo Petro, che non può ricandidarsi. A sinistra, la coalizione di governo Pacto Historico ha già scelto il suo candidato: il senatore Ivan Cepeda, vincitore delle primarie interne contro l’ex ministra Carolina Corcho. Al centro e a destra, invece, il campo appare più frammentato e la partita si giocherà sulla capacità di costruire un “fronte largo” competitivo al ballottaggio: un nodo che molti osservatori considerano decisivo, perché il candidato della sinistra dovrà allargare la base oltre l’elettorato più ideologico.
Il Perù è invece l’emblema della frammentazione: alle elezioni si presenterà un numero record di aspiranti presidenti e il Paese arriverà al voto con una sfiducia diffusa verso la classe politica. I due nomi “pesanti” del campo conservatore sono il sindaco di Lima Rafael Lopez Aliaga, già in corsa dopo le dimissioni per rispettare i requisiti di legge, e Keiko Fujimori, alla quarta candidatura. Con decine di sigle e un elettorato indeciso, il rischio è un primo turno iper-frammentato e un secondo turno giocato più contro l’avversario che su un programma condiviso.
In Europa varie ombre gravano sulle elezioni del 2026. Oltre alla minaccia militare della Russia di Putin e a quella politica ed economica di Trump, pesa la sfida lanciata da Elon Musk alle democrazie liberali occidentali, con l’appoggio nei confronti di partiti di destra ed estrema desta con tendenze autoritarie. L’uso dei social da parte dell’estrema destra si aggiunge alle interferenze sempre più pesanti della Russia nelle elezioni europee. Il risultato delle elezioni in Ungheria Svezia, Bulgaria, Cipro, Slovenia, Bosnia-Erzegovina e Danimarca mostreranno quanto forte sia diventata l’estrema destra nel panorama politico europeo.
L’incognita per gli equilibri politici dell’Ue è in Ungheria, dove Viktor Orban (a capo di Fidesz) va verso una elezione che si annuncia più incerta del passato: la nuova forza di opposizione Tisza, guidata da Peter Magyar, è data in vantaggio in diversi sondaggi, anche se nelle ultime rilevazioni il distacco risulta in parte ridotto. Il voto peserà anche sul rapporto con Bruxelles e sulla gestione economica interna, in una fase di pressione su crescita e servizi.
In Svezia, invece, le elezioni politiche arriveranno con un equilibrio parlamentare già precario: nel 2022 il blocco di destra ha ottenuto una maggioranza di un solo seggio e oggi governa una coalizione Moderati-Cristiano-democratici-Liberali sostenuta esternamente dai Democratici Svedesi. I socialdemocratici puntano a tornare al governo con l’appoggio dei partiti di centrosinistra. Queste elezioni avranno un impatto internazionale significativo per le politiche migratorie, di sicurezza e difesa NATO.
Da non dimenticare le elezioni in Danimarca. La coalizione centrista al potere guidata dalla prima ministra socialdemocratica Mette Frederiksen, è in netto calo secondo i sondaggi, i quali premiano le formazioni più radicali di destra e di sinistra. Sarà interessante vedere come l’aggressione di Trump nei confronti della Groenlandia influenzerà le scelte degli elettori.
Altre elezioni importanti saranno le elezioni parlamentari in Israele, dove il primo ministro Natanyahu cerca di mantenersi al potere con l’appoggio dei partiti religiosi e dell’estrema destra. L’orientamento del nuovo Parlamento inciderà sui rapporti con Stati Uniti, Unione Europea, Paesi arabi e Iran. Le elezioni in Israele influenzano direttamente negoziati diplomatici, accordi commerciali e stabilità nella regione del Medio Oriente, rendendo il voto un evento cruciale non solo per i cittadini israeliani ma per l’intero quadro geopolitico mediorientale.
Di una certa importanza saranno anche le elezioni parlamentari in Armenia, con il primo ministro Nikol Pashinyan che cerca una difficile riconferma contro una opposizione formata in gran parte da partiti filorussi. Le tensioni con l’Azerbaigian e la posizione strategica tra Russia e Occidente rendono il voto armeno di particolare interesse per la sicurezza regionale. Un Parlamento che consolida relazioni con Mosca o apre a nuovi partenariati con UE e USA influenzerà negoziati territoriali e questioni militari sensibili.
Passiamo adesso all’Asia dove ci saranno elezioni parlamentari in Bangladesh, Thailandia, Nepal ed elezioni anticipate Giappone. Il voto in Bangladesh, in particolare, dopo anni di dominio della Awami League, assume rilevanza internazionale per due motivi principali: la democrazia interna in un paese di oltre 160 milioni di abitanti e la geopolitica del Sud Asia. La contesa tra i conservatori del BNP e la leadership islamista del Jamaat‑e‑Islami influenza direttamente i rapporti con India e Cina, che investono pesantemente nel paese. Inoltre, il risultato determinerà l’orientamento del Bangladesh su commercio globale, sicurezza marittima e politiche migratorie.
Infine l’Africa. In Uganda il presidente-dittatore Museveni cerca un settimo mandato consecutivo, sfidato dal giovane oppositore Bobi Wine. Queste elezioni riflettono il grado di apertura democratica in Africa orientale. Il nemico principale di Museveni non sono le opposizioni ma l’età. Ad 81 anni, il presidente è sempre più debole e l’élite di potere che lo circonda pensa a chi sarà il suo successore. La comunità internazionale monitora attentamente il rispetto dei diritti umani, la trasparenza del processo e il ruolo dell’esercito nella politica. La stabilità dell’Uganda ha ricadute su Burundi, Sud Sudan e Repubblica Democratica del Congo, regioni già segnate da conflitti e instabilità.
In Zambia, invece il presidente Hakainde Hichilema e l’UPND (liberali di centrodestra) partono dall’assetto uscito dalle ultime elezioni, con 82 seggi contro i 60 del Fronte Patriottico (sinistra populista), una fotografia che rende il tema della governabilità centrale quanto quello della ripresa economica. Lo Zambia, rappresenta un caso chiave per politiche economiche africane e stabilità nella regione sud-orientale. Il risultato determinerà la continuità o il cambiamento nelle politiche economiche, incluse quelle legate al FMI e agli investimenti minerari, con effetti indiretti su energia, commercio regionale e sicurezza politica.
“Last but not the least” anche la Nuova Zelanda rinnoverà il proprio parlamento nel 2026. L’attuale maggioranza di centrodestra ostruita sull’accordo di governo tra National, ACT e New Zealand First. L’opposizione formata dal Partito Laburista, dai Verdi e dal Partito dei Maori punta a tornare al potere dopo la sconfitta del 2023.
Molti dei paesi coinvolti — Bangladesh, Nepal, Uganda, Brasile — mostrano come elezioni competitive e trasparenti siano essenziali per rafforzare istituzioni e fiducia internazionale. La credibilità dei processi elettorali può determinare flussi di investimenti, aiuti internazionali e relazioni diplomatiche. Zambia, Brasile, Perù e Bangladesh dimostrano che la politica interna influenza direttamente l’economia globale: politiche fiscali, gestione del debito, commercio estero e attrazione di investimenti sono spesso decise dai governi eletti. Israele, Ungheria, Armenia, Svezia mostrano invece come elezioni apparentemente interne possano avere impatto strategico internazionale, dai conflitti regionali alla politica di difesa e all’orientamento verso grandi alleanze multilaterali. Infine in Uganda, Nepal e Bangladesh, il voto riflette la crescente influenza dei giovani e dei movimenti civici nella definizione delle priorità politiche e sociali, con potenziali ricadute anche sull’impegno internazionale in diritti civili, ambiente e sviluppo sostenibile.
Quelle che seguono sono 24 elezioni (circa 2 al mese) da tenere d’occhio nel 2026. Al termine di questo articolo troverete il calendario completo delle elezioni di quest’anno. Nella maggior parte dei casi, sappiamo quando gli elettori si recheranno alle urne. Ma in alcuni casi le date precise restano da stabilire. E l’elenco delle elezioni del 2026 potrebbe continuare a crescere se in altri paesi fossero indette elezioni anticipate. Ad esempio non è escluso che l’instabilità politica in Francia porti a nuove elezioni parlamentari se non addirittura ad elezioni presidenziali anticipate. Elezioni anticipate potrebbero tenersi pure in Slovacchia e Serbia. E ovviamente ci saranno, come negli anni passati, anche imprevisti e sorprendenti cambi di governo, a causa di manovre parlamentari, rivolte popolari o veri e propri colpi di stato.
Nelle pagine seguenti continua la panoramica sulle elezioni più interessanti dell’anno e, a seguire, il calendario elettorale completo .
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