Elezioni presidenziali e parlamentari del 15 gennaio.
Queste elezioni presidenziali che si tengono assieme alle elezioni parlamentari e locali, saranno una competizione che è già considerata tra le più controverse nella storia recente del paese. Il voto si tiene mentre il sempre più autoritario presidente Yoweri Kaguta Museveni, al potere dal 1986, cerca di assicurarsi un settimo mandato consecutivo, consolidando una lunga permanenza alla guida dello Stato.
Museveni, candidato del partito al governo Movimento di Resistenza Nazionale (NRM, nazionalconservatori), ha ormai più di 80 anni ma mantiene una forte presa sulle istituzioni statali, grazie anche ad emendamenti costituzionali che hanno abolito limiti di età e di mandati. Molti analisti ritengono che il suo controllo sulla burocrazia, i media e le forze di sicurezza renda difficile una sconfitta elettorale, nonostante crescenti critiche sulla democrazia e sui diritti umani.
Di fronte a lui, l’opposizione cerca di giocare un ruolo significativo nonostante un contesto politico molto difficile. Il leader più visibile è Robert Kyagulanyi Ssentamu, noto come Bobi Wine, ex pop star diventato figura politica di spicco e guida della Piattaforma di Unità Nazionale (NUP, centrosinistra). Wine punta su un programma anti‑corruzione, che propone maggiore opportunità per i giovani e revisione degli accordi petroliferi e al tempo stesso denuncia la repressione le intimidazioni e le restrizioni alla libertà di espressione da parte del regime di Museveni durante la campagna elettorale.
La contesa è segnata da tensioni politiche elevate, violenze sporadiche e accuse di utilizzo di forze di sicurezza contro elementi dell’opposizione, nonché preoccupazioni sulla libertà di stampa e sul diritto di manifestare. Altri candidati minori – inclusi esponenti di partiti come Forum per il Cambio Democratico (FDC, centrodestra liberale) e l’Alleanza per la Trasformazione Nazionale (ANT, liberalconservatori) – arricchiscono un panorama frammentato che riflette la frustrazione di parte dell’elettorato verso l’establishment.
I principali temi di campagna sono sicurezza, crescita economica, disoccupazione giovanile, corruzione e sviluppo delle risorse naturali come il petrolio. L’esito di questo voto non riguarda solo la continuazione di una leadership di lunga data, ma anche la tenuta delle istituzioni democratiche e il ruolo di forze emergenti in un paese con una popolazione giovane e in crescita
COSTA RICA
Elezioni presidenziali e parlamentari del 1 febbraio.
Le prossime elezioni generali in Costa Rica, si annunciano particolarmente competitive e incerte. Il panorama politico appare frammentato e caratterizzato da un alto numero di elettori indecisi, segno di una crescente disaffezione verso i partiti tradizionali e di una domanda di rinnovamento che attraversa la società costaricana.
Tra i candidati più accreditati figura Laura Fernández, esponente del Pueblo Soberano Party (PPSO, destra populista) e considerata vicina all’attuale governo. I sondaggi la collocano in testa, anche se con percentuali ancora lontane dal 40% necessario per vincere al primo turno. La sua campagna punta sulla continuità delle politiche pubbliche e su un approccio pragmatico ai problemi del paese. A inseguire c’è Álvaro Ramos, candidato del Partido Liberación Nacional (PLN), storico partito socialdemocratico che però fatica a recuperare consenso dopo anni di alternanza al potere.
Nel campo progressista si muovono Claudia Dobles per il Partido Acción Ciudadana (PAC) e Ariel Robles del Frente Amplio (FA), mentre nell’area conservatrice resta visibile Fabricio Alvarado del Partido Nueva República. La presenza di oltre venti candidati evidenzia un sistema politico molto aperto, ma anche dispersivo.
I temi centrali della campagna elettorale sono la sicurezza, in risposta all’aumento della criminalità, la lotta alla corruzione e le difficoltà economiche e sociali legate al costo della vita. Se nessun candidato dovesse raggiungere la soglia richiesta, il paese tornerà alle urne per un ballottaggio ad aprile in una data ancora non definita, in cui alleanze e voti degli indecisi potrebbero risultare decisivi per il futuro politico del Costa Rica.
THAILANDIA
Elezioni parlamentari dell’8 febbraio.
I cittadini thailandesi sono chiamati a eleggere i 500 membri della Camera dei Rappresentanti, la “camera bassa” del Parlamento, dopo lo scioglimento anticipato da parte del primo ministro Anutin Charnvirakul alla fine di dicembre.
Il voto arriva in un periodo di instabilità politica e turbolenze istituzionali: l’attuale governo conservatore di minoranza guidato da Anutin, leader del Bhumjaithai Party, è caduto dopo contrasti con l’opposizione e difficoltà a far passare le riforme costituzionali che erano state proprio concordate con l’opposizione, spingendo il premier ad anticipare le elezioni per cercare un mandato più stabile.
Secondo i sondaggi più recenti, il People’s Party – una formazione progressista nata dalle ceneri del precedente Move Forward Party e guidata da Natthaphong Ruengpanyawut – è attualmente in testa nelle intenzioni di voto, con circa il 35% dei consensi, e il suo leader è anche considerato il favorito per la carica di primo ministro tra gli elettori. Al secondo posto nei sondaggi figura il Bhumjaithai Party di Anutin, seguito dall’ex partito al governo Pheu Thai (centrodestra populista), legato all’ex primo ministro Thaksin Shinawatra, tradizionalmente forte nel paese ma in netto calo di consensi negli ultimi tempi dopo una serie di crisi politiche interne.
Oltre alle forze principali, numerosi partiti minori stanno cercando di ottenere seggi e giocare un ruolo chiave nella possibile formazione di coalizioni, viste le dinamiche molto complesse della politica thailandese, dove hanno un peso fondamentale sia i militari andati al potere dopo l’ultimo colpo di stato del 2014 che l’élite di potere che ruota intorno al controverso re Vajiralongkorn.
La campagna elettorale verte su temi centrali come la riforma costituzionale, la stabilità istituzionale, il ruolo delle forze armate nella politica e la gestione delle tensioni con il Myanmar e sul confine con la Cambogia, dove recenti scontri hanno contribuito a inasprire il dibattito pubblico.
GIAPPONE
Elezioni parlamentari dell’8 febbraio
La Prima Ministra Sanae Takaichi ha annunciato lo scioglimento della Camera dei Rappresentanti. La decisione riflette la volontà di Takaichi di capitalizzare sull’alto consenso di cui gode dall’insediamento e di consolidare la fragile maggioranza della coalizione di governo.
Takaichi, leader del Partito Liberal-Democratico (LDP, conservatori) e prima donna a ricoprire la carica di primo ministro in Giappone, guida una coalizione con il Partito dell’Innovazione Giapponese (destra liberale) che detiene appena una maggioranza risicata nella Camera bassa. Un successo elettorale rafforzerebbe la sua posizione e le darebbe margine per portare avanti la sua linea politica, incentrata su stimoli fiscali, sicurezza nazionale e un approccio più assertivo verso la Cina.
Sullo sfondo c’è un’opposizione frammentata: il maggiore tra i partiti avversari, il Partito Democratico Costituzionale (CDP, centrosinistra) sotto Yoshihiko Noda, cerca alleanze con forze come Komeito (centristi di ispirazione buddista) per contrastare l’LDP, mentre il Partito Democratico per il Popolo (DPP, populisti di centrodestra) di Yuichiro Tamaki attacca Takaichi per i rischi che una campagna anticipata farebbe correre all’economia.
I sondaggi interni mostrano che Takaichi mantiene un sostegno molto robusto, con indici di gradimento del governo ben oltre il 70 %, elemento che la stampa nipponica considera uno dei principali incentivi per una corsa al voto anticipato.
La campagna elettorale si concentrerà su temi come crescita economica, costo della vita, sicurezza regionale e bilancio pubblico, delineando uno scontro tra l’orientamento conservatore-nazionalista dell’LDP e le coalizioni centristi-progressiste dell’opposizione.
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