Gli elettori israeliani saranno chiamati a rinnovare i 120 seggi della Knesset, il parlamento nazionale del paese, in un clima politico segnato da profonde tensioni interne, divisioni ideologiche e dibattiti su sicurezza, economia e identità nazionale. Il primo ministro israeliano più longevo della storia, Benjamin Netanyahu , entra nel 2026 affrontando una storica battaglia per la sopravvivenza politica.
La scena politica israeliana resta molto frammentata, con una varietà di partiti che competono per accaparrarsi seggi e formare la prossima coalizione di governo. Tra i principali contendenti c’è ancora il partito conservatore Likud del guidato da Netanyahu: secondo molti sondaggi recenti, il Likud è tra i partiti più forti, con circa 30 seggi stimati nelle rilevazioni più recenti. Il Likud si trova ad affrontare crescenti pressioni a livello nazionale per le carenze dell’intelligence e la sua risposta all’attacco del 7 ottobre 2023, e a livello internazionale per la sua guerra genocida a Gaza.
Un’altra forza di grande rilievo è il nuovo partito conservatore “Bennett 2026”, guidato dall’ex primo ministro Naftali Bennett, che ha guadagnato consenso come possibile alternativa al blocco di Netanyahu e potrebbe ottenere circa 20 seggi secondo diverse indagini demoscopiche.
Oltre a questi due principali partiti, altri partiti tradizionali e nuovi movimenti giocheranno un ruolo importante nel campo parlamentare: Yisrael Beiteinu (destra nazionalista) di Avigdor Lieberman, Shas e United Torah Judaism (conservatori religiosi), e le liste arabe come Hadash–Ta’al (sinistra) e Ra’am (centrodestra) sono presenti nei sondaggi con percentuali tali da poter influenzare la composizione finale della Knesset. Yesh Atid (liberali), guidato da Yair Lapid, e i “Democratici” (sinistra) cercheranno di essere determinanti per costruire una coalizione anti-Netanyahu.
La campagna elettorale si incentrerà su temi molto sensibili per l’elettorato: la sicurezza nazionale, alla luce di conflitti recenti e tensioni con Hamas e altri gruppi armati, resta centrale; la gestione delle relazioni con i palestinesi e la politica di insediamenti, la spesa sociale, il costo della vita e la giustizia costituzionale saranno tutti argomenti chiave del dibattito tra i partiti.
I sondaggi mostrano una possibile competizione serrata tra blocchi politici, con l’opposizione potenzialmente in grado di ottenere una maggioranza relativa se riuscisse a unire diverse forze parlamentari, mentre la coalizione pro‑Netanyahu rimane in posizione predominante seppur in calo di consensi. Tuttavia se anche l’opposizione riuscisse ad ottenere la maggioranza sarà difficile formare una coalizione che vada dalla sinistra dei “Democratici” alla destra di “Bennett 2026” passando dall’appoggio dei partiti arabi.
STATI UNITI
Elezioni di medio termine del 3 novembre.
Tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 seggi del Senato sono in palio in queste elezioni di medio termine che potrebbero ridefinire gli equilibri di potere a Washington e influenzare in modo significativo la quantità di potere che Donald Trump potrà esercitare per il resto del suo mandato.
Le elezioni di medio termine rappresentano sempre un test di fiducia verso l’amministrazione in carica, e nel 2026 queste dinamiche saranno ancor più accentuate dal fatto che il partito del presidente in carica storicamente perde seggi in questo tipo di tornate. Attualmente entrambi i principali partiti statunitensi — Democratici e Repubblicani — sono impegnati in una campagna intensa per mobilitare la propria base e conquistare voti tra gli elettori indipendenti, che negli ultimi anni hanno mostrato livelli crescenti di insoddisfazione verso le tradizionali forze politiche.
I Democratici puntano a riconquistare il controllo della Camera e a ridurre la maggioranza dei Repubblicani al Senato. Secondo diversi sondaggi, il Partito Democratico appare in vantaggio su quello Repubblicano nel cosiddetto “generic ballot”. Inoltre, candidature come quella della democratica Mary Peltola in Alaska — un’ex deputata con ampia popolarità — possono rendere più competitive alcune corse al Senato, elemento che potrebbe influenzare l’equilibrio dei 35 seggi in palio.
I Repubblicani invece, pur controllando attualmente entrambe le camere del Congresso, affrontano alcune sfide significative. L’approvazione dell’amministrazione repubblicana risulta bassa nei sondaggi nazionali e il partito deve fare i conti con elettori delusi dall’operato degli ultimi anni, oltre a una base meno motivata rispetto ai Democratici. Nonostante questo, i leader repubblicani affermano di essere fiduciosi di mantenere il controllo di entrambi i rami del parlamento, sottolineando il ruolo di candidati locali forti e una campagna focalizzata su sicurezza, economia e controlli alle frontiere.
I temi principali che guideranno la campagna includono il costo della vita e l’economia, che restano tra le preoccupazioni maggiori per gli elettori, questioni di sicurezza interna e politica sull’immigrazione, oltre al ruolo degli Stati Uniti nel contesto internazionale. Inoltre, la strategia e l’esito dei singoli collegi chiave — soprattutto in stati “swing” o contesi — saranno determinanti per decidere quale partito otterrà la maggioranza in ciascuna camera del Congresso.
Con una competizione così serrata e un elettorato sempre più diviso, le elezioni di medio termine del 2026 si prospettano come una delle tornate più significative degli ultimi anni, in grado di influenzare profondamente la politica interna americana e le dinamiche di potere a livello federale negli ultimi due anni della presidenza Trump.
BULGARIA
Elezioni parlamentari previste entro l’anno.
Le prossime elezioni parlamentari in Bulgaria, previste nel corso del 2026, arrivano in un clima di forte instabilità politica, segnato dalle recenti dimissioni del governo, da vaste proteste contro corruzione e da una seria difficoltà a formare maggioranze stabili da parte dei partiti che si sono succeduti negli ultimi anni. Il paese ha già vissuto sette tornate elettorali tra il 2021 e il 2024 e con tutta probabilità un’ottava elezione si terrà nel 2026 dopo che la coalizione di governo guidata dal GERB-SDS (conservatori populisti europeisti) ha rifiutato di formare un nuovo esecutivo a inizio gennaio, aprendo la strada a un voto anticipato.
Il parlamento bulgaro ha 240 seggi, e per governare occorre raggiungere almeno 121 seggi: è un sistema proporzionale che favorisce la frammentazione e la necessità di coalizioni tra forze diverse.
Tra le forze politiche principali spicca GERB–SDS, il partito di centro‑destra guidato dall’ex primo ministro Boyko Borisov, che continua a detenere il primo posto nei sondaggi con circa il 25 % dei voti potenziali. Subito dietro si collocano diverse formazioni competitive: la coalizione Continuiamo il Cambiamento – Bulgaria Democratica (PP‑DB), riformista e pro‑Europa, si attesta intorno al 20 %, seguita da Vazrazhdane (Revival), partito di estema destra nazionalista filorusso, con posizioni più critiche su molte politiche occidentali, con circa il 13 % nei sondaggi.
Altre forze rilevanti includono il Movimento per i Diritti e le Libertà (DPS), che tradizionalmente rappresenta gli interessi della minoranza turca e ha intorno al 12%, e il Partito Socialista Bulgaro (BSP) con circa il 6 – 7 % delle preferenze. Partiti più piccoli come “Moralità Unità e Onore” (MECh, destra nazionalista) e “C’è un popolo così ” (ITN, destra populista) lottano per superare la soglia del 4% per entrare in Parlamento.
La campagna elettorale è dominata da temi come la lotta alla corruzione, la stabilità economica post‑adozione dell’euro (entrato in vigore il 1° gennaio 2026), la gestione dei fondi europei e la crescita economica, così come questioni relative alla sicurezza e alla politica estera. L’ampia insoddisfazione per la corruzione, l’inefficienza del governo e l’instabilità politica degli ultimi anni i è riflessa in sondaggi che mostrano livelli elevati di disapprovazione verso gran parte degli attuali rappresentanti, mentre la fiducia nelle istituzioni resta bassa.
In questo contesto frammentato ancora una volta si dovrà ricercare dopo le elezioni una difficile maggioranza di governo con coalizioni complesse tra partiti ideologicamente differenti, il che probabilmente produrrà un nuovo governo debole e instabile.
NUOVA ZELANDA
Elezioni parlamentari entro dicembre.
Le elezioni parlamentari in Nuova Zelanda sono attese entro la fine dell’anno e rappresentano una tappa fondamentale per gli equilibri politici di un paese che utilizza un sistema proporzionale misto (MMP), che rende molto improbabile che un singolo partito riesca ad ottenere la maggioranza assoluta senza alleanze e coalizioni.
Il panorama politico è dominato da 6 partiti che si contendono i 120 seggi della Camera dei Rappresentanti. Alla guida del governo uscente c’è il National Party (liberalconservatori), guidato dal primo ministro Christopher Luxon, che cerca di difendere la coalizione di centro‑destra formata insieme ad ACT New Zealand (destra liberista) e New Zealand First (centrodestra populista). Negli ultimi sondaggi il National Party è dato con percentuali che oscillano attorno al 30 % del voto nazionale, mentre ACT e NZ First raccolgono percentuali leggermente inferiori al 10%.
L’opposizione è guidata dal Labour Party, con Chris Hipkins come principale leader carismatico del fronte progressista, affiancato dai Green Party e Te Pāti Māori, che rappresenta le istanze della minoranza Māori. Queste forze, ideologicamente di centrosinistra, puntano a formare una maggioranza alternativa a quella di centro-destra, con un programma più orientato al sociale e a temi ambientali. Negli ultimi sondaggi questi partiti combinati mostrano complessivamente molto vicine a quelle dei partiti di governo, il che rende il risultato di queste elezioni molto incerto.
Tra i temi centrali della campagna elettorale ci sono il costo della vita, che rimane uno dei problemi più sentiti dagli elettori neozelandesi, la situazione economica interna e le disuguaglianze, questioni che mettono sotto pressione tanto il governo quanto l’opposizione. Altri argomenti includono la gestione delle relazioni con le popolazioni Māori, in particolare il dibattito su co‑governance e diritti istituzionali, oltre a discussioni su sanità, istruzione e ambiente.
Il sistema MMP implica che, essendo molto difficile che un partito ottenga da solo una maggioranza, accordi post‑elettorali di coalizione saranno determinanti per la formazione del governo. Il ruolo dei partiti minori – come ACT, NZ First e Te Pāti Māori – potrà rivelarsi decisivo se riusciranno a negoziare posizioni chiave nella futura alleanza, determinando la direzione politica della Nuova Zelanda nei prossimi anni.
Nella prossima pagina l’elenco cronologico preliminare delle più importanti elezioni previste nel 2026.
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