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IL GIRAMONDO – Uno sguardo ad elezioni e sondaggi in giro per il mondo. Il calendario elettorale del 2026

 

flag of Bangladesh | Britannica

BANGLADESH

Elezioni parlamentari del 12 febbraio.

Il Bangladesh terrà quest’anno le sue prime elezioni parlamentari per eleggere i membri della 13ª Jatiya Sangsad (assemblea nazionale), da quando una rivolta studentesca nel 2024 ha posto fine al governo quindicennale di Sheikh Hasina. Gli elettori si pronunceranno anche sulla “Carta di luglio”, un piano di riforma che limita il potere esecutivo, rafforza la magistratura, isola le forze dell’ordine dalle interferenze politiche e riconosce il Bangladesh come paese multi-etnico e multi-religioso.

Attualmente, il governo ad interim è guidato dal premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus, che ha il compito  di garantire una transizione democratica e preparare il paese a un voto libero e trasparente.
I principali attori politici in campo sono il Partito Nazionalista del Bangladesh (BNP, conservatori), guidato dalla famiglia dell’ex primo ministro Khaleda Zia (scomparsa recentemente), e in particolare da suo figlio Tarique Rahman, tornato dall’esilio per guidare la campagna elettorale. Il BNP è considerato il favorito, grazie al malcontento diffuso verso il passato governo di Hasina e alla sua capacità di mobilitare l’elettorato, soprattutto tra i giovani e le classi urbane. Altri partiti rilevanti includono il Jamaat-e-Islami, il principale partito islamista, e il Nuovo Partito dei Cittadini (NCP), nato dalle proteste studentesche del 2024, che però ha scelto di boicottare il processo di riforma promosso da Yunus.  La Lega Awami, il partito che ha governato per oltre un decennio sotto la leadership di Hasina, è stato messo fuorilegge e non parteciperà alle elezioni. Sarà quindi interessante vedere dove andranno a finire i voti dei suoi ex elettori. Altri partiti come il Jatiya Party (conservatori) competono per una quota minore di voti, ma possono giocare un ruolo d’“ago della bilancia” nel caso nessun partito ottenga da solo la maggiranza assoluta in parlamento.

I temi centrali della campagna elettorale ruotano attorno alla democrazia e alle riforme istituzionali. Altri temi chiave includono la sicurezza pubblica, dopo mesi di violenze politiche, e la gestione economica, con particolare attenzione alla disoccupazione giovanile e alla crisi dei prezzi.  Il clima politico rimane teso: ci sono timori di nuove violenze, nonostante Yunus abbia promesso un massiccio dispiegamento di forze dell’ordine per garantire la sicurezza durante il voto. Queste elezioni rappresentano quindi una sfida cruciale per il Bangladesh, che cerca di voltare pagina dopo anni di autoritarismo e di costruire un futuro più stabile e democratico

 

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NEPAL

Elezioni parlamentari del 5 marzo.

I cittadini nepalesi sono chiamati a votare in elezioni parlamentari anticipate a seguito della crisi politica che ha portato alle dimissioni del primo ministro K.P. Sharma Oli lo scorso settembre, a seguito di massicce proteste guidate dalla “Generazione Z” contro la corruzione e la cattiva gestione del governo. Attualmente, il paese è guidato da un governo ad interim presieduto da Sushila Karki, prima donna nella storia del Nepal a ricoprire sia la carica di primo ministro che quella di presidente della Corte Suprema. Karki, nota per la sua integrità e la lotta alla corruzione, è stata scelta come figura neutrale per garantire una transizione pacifica e preparare il paese a elezioni libere e trasparenti.

I principali partiti politici in campo includono il Partito Comunista del Nepal (Unito Marxista-Leninista), il Congresso Nepalese (socialdemocratico) e il Partito Comunista Maoista, che dovranno affrontare una campagna elettorale segnata da temi cruciali come la lotta alla corruzione, la giustizia per le vittime delle proteste e la ripresa economica. Karki ha già annunciato misure significative, tra cui l’abbassamento dell’età minima per votare da 18 a 16 anni, per coinvolgere maggiormente i giovani nel processo democratico, e la creazione di un fondo per la ricostruzione delle infrastrutture danneggiate durante le proteste. Il sistema elettorale nepalese combina sistemi maggioritari e proporzionali: 165 seggi saranno assegnati attraverso collegi uninominali (first‑past‑the‑post) e 110 tramite liste di partito in un’unica circoscrizione nazionale, con una soglia di sbarramento del 3 % per ottenere seggi nella quota proporzionale.

La campagna elettorale sarà probabilmente dominata dalla domanda di cambiamento e dalla necessità di ristabilire la fiducia nelle istituzioni, dopo anni di instabilità politica e scandali. Karki ha promesso elezioni trasparenti e ha avviato indagini su presunti abusi di potere da parte del precedente governo, tra cui il congelamento dei passaporti di ex funzionari accusati di corruzione. Tuttavia, il clima politico rimane teso, con 14 ricorsi presentati contro il suo governo alla Corte Suprema, a dimostrazione delle divisioni ancora presenti nel paese.

Queste elezioni rappresentano quindi un’opportunità storica per il Nepal di voltare pagina e costruire un futuro più stabile e democratico, ma il percorso sarà segnato da sfide complesse, tra cui la necessità di garantire sicurezza, partecipazione giovanile e una gestione economica più efficace. La comunità internazionale, tra cui India, Cina e Stati Uniti, ha espresso sostegno al governo ad interim, ma il vero test sarà la capacità di Karki di mantenere le promesse di riforme e di condurre il paese verso una nuova fase di stabilità.

File:Flag of Slovenia (bordered).svg - Wikimedia Commons

SLOVENIA

Elezioni parlamentari del 22 marzo.

Gli elettori saranno chiamati a rinnovare i 90 seggi dell’Assemblea Nazionale, in un voto considerato uno snodo fondamentale per il futuro politico dell’ex repubblica jugoslava e membro dell’Unione Europea e della NATO. Questa tornata elettorale si svolge in un clima di forte competizione e con crescenti tensioni politiche tra la coalizione al governo di centrosinistra e l’opposizione di centrodestra.

Al centro del confronto c’è ancora una volta il Partito Democratico Sloveno  (SDS), guidata dall’ex primo ministro Janez Janša, storico leader conservatore e figura di spicco della destra slovena. I sondaggi delle ultime settimane indicano che l’SDS è in testa alle intenzioni di voto con circa il 24% dei consensi, stabile o  in leggera crescita rispetto alle rilevazioni precedenti. L’SDS è dato in vantaggio  rispetto al principale partito di governo, il Movimento Libertà (Gibanje Svoboda), guidato dal primo ministro Robert Golob, che dal 2022 guida una coalizione di centro‑sinistra con i Socialdemocratici (SD) e altre forze progressiste. Il Movimento Libertà è stimato nei sondaggi intorno al 20%, in calo rispetto alle elezioni precedenti per cui sarà determinante il risultato degli altri partiti di centrosinistra per capire se Robert Golob potrà rimanere a capo del governo.

Tra i partiti che dovrebbero superare la soglia di sbarramento del 4%  includono  I Socialdemocratici (SD), i cristiano-conservatori di Nuova Slovenia (NSi), la sinistra socialista di Levica e la nuova formazione “Democratici”, nata da una scissione dell’ala centrista dell’SDS. Queste forze minori potrebbero giocare un ruolo chiave nella formazione della futura coalizione di governo. In particolare i Democratici potrebbero essere l’ago della bilancia che deciderà se mantenere Golob a capo del governo o se far ritornare Janez Janša al potere.

I principali temi della campagna spaziano dalla gestione economica e crescita alla sicurezza delle frontiere e immigrazione, passando per le politiche sociali, la giustizia e la cooperazione internazionale nell’ambito europeo. L’opposizione accusa il governo di aver rallentato la crescita economica, mentre i partiti di governo insistono sulla necessità di modernizzare la società e approfondire l’integrazione europea.

 

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UNGHERIA

Elezioni parlamentari del 12 aprile.

Le prossime elezioni parlamentari ungheresi si preannunciano come uno dei momenti politici più attesi e controversi degli ultimi anni. Il paese, guidato dal 2010 da Viktor Orbán e dal suo partito Fidesz (destra nazionalconservatrice), si trova di fronte a una sfida senza precedenti: per la prima volta dopo oltre un decennio, l’opposizione vede una concreta possibilità di erodere il dominio del premier, grazie all’ascesa di Péter Magyar, un ex alleato di Orbán che ha fondato il partito Tisza (centrodestra europeista)

Fidesz, nonostante sia al potere da anni, deve affrontare un clima politico sempre più teso. Orbán, noto per le sue posizioni nazionaliste e per la gestione autoritaria del potere, ha basato la sua leadership su una combinazione di politiche anti-immigrazione, difesa della sovranità nazionale e una stretta relazione con la Russia, che ha creato attrito con l’Unione Europea. Tuttavia, la guerra in Ucraina, l’inflazione galoppante e le accuse di corruzione hanno iniziato a intaccare il suo consenso. I sondaggi recenti mostrano Tisza leggermente in testa rispetto a Fidesz, il che rende l’esito di queste elezioni molto difficile da prevedere.
Péter Magyar, con il suo partito Tisza, rappresenta la novità più interessante di questa campagna elettorale. Magyar, che ha rotto con Orbán denunciando la corruzione all’interno dello stesso Fidesz, ha saputo catalizzare il malcontento popolare, presentandosi come una figura riformista e anti-establishment. I sondaggi indicano la sua capacità di sottrarre voti sia a Fidesz che ai partiti di opposizione tradizionale.

Altri partiti rilevanti includono il Mi Hazánk Mozgalom (Our Homeland Movement), formazione di destra nazionalista che potrebbe superare la soglia parlamentare, e forze più piccole come la Coalizione Democratica (DK, centrosinistra) e il “Partito del Cane a Due Code” una formazione politica satirica libertaria progressista.

I temi centrali della campagna elettorale saranno probabilmente la corruzione, la relazione con l’Unione Europea e la gestione dell’economia, con particolare attenzione all’inflazione e al costo della vita. Inoltre, la posizione dell’Ungheria nel contesto internazionale, tra l’allineamento con la Russia e la necessità di mantenere buoni rapporti con Bruxelles, sarà un altro punto cruciale del dibattito.

Il clima politico è carico di tensione, con un elettorato diviso tra la volontà di cambiamento e la paura dell’instabilità. Queste elezioni potrebbero segnare una svolta storica: se Fidesz dovesse perdere la maggioranza assoluta, l’Ungheria potrebbe avviare un processo di riforme democratiche e di riavvicinamento all’Europa, mentre una vittoria di Orbán consoliderebbe ulteriormente il suo modello di “democrazia illiberale”. La campagna elettorale si preannuncia quindi molto combattuta, con tutti i partiti pronti a giocarsi le loro ultime carte per conquistare il consenso degli elettori.

Nonostante i sondaggi mostrino quasi tutti Tisza in testa, la campagna elettorale potrebbe cambiare molto lo cose. Il governo ha il controllo indiretto di gran parte dei mass-media, ha l’appoggio dei grandi poteri economici e finanziari del paese e soprattutto quello della “diaspora”, le persone di lingua ungherese che vivono nei paesi limitrofi (tipo Serbia e Romania) a cui Orban ha concesso il diritto di voto. Questi possono votare per posta, a differenza degli ungheresi emigrati all’estero (che invece votano in maggioranza l’opposizione), che devono andare a votare nei consolati. Nelle ultime elezioni il partito di Orban ha ottenuto il 93% dei voti della “diaspora” (l’opposizione ha denunciato vasti brogli e compravendita di voti) e questo, in caso di elezioni molto serrate, potrebbe fare la differenza.

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