Domenica 4 ottobre i brasiliani voteranno per eleggere il presidente e il vicepresidente, i governatori, due terzi del Senato, l’intera Camera dei deputati e oltre mille seggi nelle assemblee statali. Se nessun candidato supera il 50% dei voti validi, i due più votati si sfideranno al ballottaggio del 25 ottobre.
La competizione vede confrontarsi due figure già note. Da una parte il presidente uscente Luiz Inácio Lula da Silva del Partito dei Lavoratori (PT), 80 anni, in cerca del quarto mandato, di nuovo con Geraldo Alckmin come vicepresidente; dall’altra il senatore Flávio Bolsonaro del Partito Liberale (PL), 45 anni, scelto dal padre Jair Bolsonaro, condannato per il tentato golpe, come erede politico, con il deputato Alfredo Gaspar come candidato vicepresidente. Più indietro si collocano quattro candidati che si presentano come alternative alla polarizzazione: il centrista Ronaldo Caiado del Partito Socialdemocratico (PSD), il liberale di destra Romeu Zema del Partito Novo, lo scrittore e psichiatra Augusto Cury del partito centrista Avante, e il tecnocapitalista di destra Renan Santos leader e fondatore del partito Missão. Completano il quadro alcuni candidati minori che vanno dall’estrema destra all’estrema sinistra.
Il tema dominante della campagna è la sicurezza pubblica, su cui tutti i candidati hanno inasprito i toni. Flávio Bolsonaro propone di classificare le fazioni come «narcoterroriste», aggiungere 500 mila posti in carcere e abbassare la maggiore età penale a 16 anni. Lula punta invece a un Ministero della Sicurezza Pubblica, al soffocamento finanziario dei gruppi criminali e al controllo delle armi. Zema invoca un superpresidio in Amazzonia, mentre Caiado promette una «mano pesante». Il secondo tema è quello economico. Lula promette la fine della scala 6×1 e una settimana lavorativa di 40 ore, insieme al mantenimento del quadro fiscale; Flávio risponde con un taglio drastico della spesa, la riduzione di almeno dieci ministeri e sgravi fiscali. Santos propone un aggiustamento fiscale da circa 1,1 trilioni di reais entro il 2031, mentre Zema insiste su privatizzazioni e riforma della previdenza. Si discute anche del costo della vita, pilastro del programma «Brasile più economico» di Bolsonaro. Il terzo tema è il destino giudiziario dei Bolsonaro e il ruolo della Corte Suprema. Flávio Bolsonaro ha inserito nel programma una riforma della Corte, con limiti alle decisioni monocratiche e quarantena per gli ex ministri, mentre l’ipotesi di amnistia per il padre e per i condannati dell’8 gennaio continua ad alimentare lo scontro con la magistratura. Caiado e Bolsonaro propongono di abolire la rielezione presidenziale, e Cury di passare al semipresidenzialismo. Per quanto riguarda la politica estera, il tema dei dazi americani pesa sul dibattito. Più brasiliani attribuiscono alla famiglia Bolsonaro che a Lula la responsabilità del dazio del 25% imposto a luglio. Lula insiste su autonomia strategica e multilateralismo, mentre Flávio Bolsonaro punta a riavvicinarsi a Stati Uniti, Argentina e Israele.
In questa campagna elettorale non sono mancati gli scandali. La diffusione delle conversazioni di Flávio Bolsonaro con il banchiere Daniel Vorcaro ha ridotto il consenso di Bolsonaro, mentre l’inchiesta parlamentare sulle frodi dell’INSS ha logorato il governo Lula. Entrambi i campi hanno poi corteggiato l’elettorato femminile con pacchetti contro il femminicidio. Il clima è stato teso. Santos ha ottenuto la protezione della Polizia federale dopo minacce attribuite a gruppi criminali, e Lula, Flávio e Santos hanno declinato l’invito ai dibattiti televisivi, segno di una campagna giocata più su comizi e reti sociali che sul confronto diretto.
Come nel 2022, resta l’interrogativo sull’accettazione dei risultati. Flávio Bolsonaro ha dichiarato che accetterà l’esito delle urne, sostenendo di confidare in un Tribunale elettorale imparziale, ma ha continuato a criticare quello che era stato l’operato del tribunale nelle elezioni nel 2022 e a chiedere maggiori garanzie di trasparenza. Con due candidati così vicini nei sondaggi, una vittoria di misura potrebbe alimentare contestazioni e tensioni, e la campagna, giocata più su comizi e reti sociali che sul confronto diretto, non ha certo contribuito a stemperare il clima.
IL SISTEMA POLITICO-ELETTORALE
Il Brasile è una repubblica federale presidenziale, basato su una sistema multipartitico, dove il Presidente è eletto direttamente dal popolo ed è sia Capo di Stato che di Governo.
Gli stati federali sono entità sub-nazionali autonome con propri governi che, insieme alle altre unità federali, formano la Repubblica federativa del Brasile. Attualmente, il Brasile è diviso politicamente e amministrativamente in 26 stati federali, ognuno guidato da un governatore, più il distretto federale di Brasilia.
Il potere esecutivo è esercitato dal Presidente, con l’ausilio del Consiglio dei Ministri.
Il potere legislativo spetta al Congresso Nazionale, cioè il sistema bicamerale che comprende il Senato Federale e la Camera dei Deputati. Il potere giudiziario è esercitato dalla magistratura a capo della quale ci sono la Corte Suprema Federale e la Corte Suprema di Giustizia
Il presidente del Brasile è eletto direttamente dai cittadini elettori ogni quattro anni con un sistema a due turni con ballottaggio tra i due candidati più votati.
I 513 membri della Camera dei Deputati sono eletti anch’essi ogni quattro anni con sistema proporzionale quasi puro, su 27 collegi plurinominali corrispondenti ai 26 stati federali e al Distretto Federale di Brasilia, di dimensioni variabili da 8 a 70 seggi.
Il Senato Federale ha invece 81 membri, eletti ogni 8 anni, con elezioni ogni 4 anni per rinnovarne alternativamente un terzo e due terzi. Ognuna delle 27 unità federali elegge 3 senatori con sistema maggioritario ad un turno (alternativamente uninominale o bi-nominale). In queste elezioni vengono rinnovati due terzi del senato quindi ogni unità federale eleggerà due senatori.
Il Democracy Index dell’Economist Intelligence Unit classifica il Brasile come una “democrazia imperfetta” al livello di paesi tipo India, Argentina, Panama e Polonia, con un leggero deterioramento dei parametri democratici negli ultimi anni (da un coefficiente di 7,38/10 nel 2014 al 6,86/10 odierno).
Nelle prossime pagine, la storia politica del paese, i risultati elettorali recenti, i principali partiti politici ed i candidati alla presidenza.
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